A quale età si fa l’infarto?

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Chiedersi a quale età si fa l’infarto sembra una domanda banale, che forse interessa di più il paziente del medico, ma si tratta invece di un importante quesito prognostico dalle rilevanti implicazioni cliniche. Vediamo di capire perché.

L’evento infarto, o sindrome coronarica acuta, come oggi meglio si tende a definire, è un momento ben preciso in occasione del quale si verifica un danno ischemico del miocardico, ma in realtà si tratta del risultato di una (lunga) storia fisiopatologica che conduce alla improvvisa ostruzione di una arteria coronarica.

Il processo fisiopatologico sottostante all’infarto è infatti la nascita ed evoluzione di una placca aterosclerotica.

Questa placca richiede in genere anni per formarsi, consiste nel progressivo accumulo nello strato sotto-intimale della parete arteriosa di lipoproteine: si tratta di LDL e di altre lipoproteine comunque contenenti la apoproteina B di diametro in genere inferiore a 70 nm. Queste lipoproteine hanno libero accesso allo strato sotto-endoteliale della parete arteriosa ed interagiscono con le strutture extra-cellulari della parete come i proteoglicani e vengono quindi trattenute in questi spazi. L’accumulo di lipoproteine porta dapprima alla formazione della stria lipidica ed in seguito alla formazione della placca (che anche una banale ecografia è in grado di individuare).
La placca può progressivamente ingrandirsi ed occupare il lume arterioso fino a determinare una stenosi emodinamicamente significativa della arteria e dare quindi segno di sé con i sintomi della ischemia cronica (del miocardio, degli arti inferiori, dell’intestino, eccetera).
La medesima placca può avere però una evoluzione molto più pericolosa se la sua superficie invece di essere ben strutturata (e resistente) si assottiglia e si rompe dando così il via in breve volgere di tempo alla formazione di un trombo che può ostruire (anche totalmente) il lume arterioso. In questo secondo caso insorgono i sintomi della ischemia acuta d’organo.

Quello che qui interessa, e che deve essere oggetto di considerazione, è il tempo che intercorre tra l’inizio della formazione della placca e l’insorgenza dei sintomi clinici di ischemia (siano essi di ischemia cronica o peggio acuta).

L’evoluzione della placca risente infatti primariamente di due fattori: la concentrazione delle lipoproteine che si infiltrano nella parete ed il tempo. Quanto maggiore è la concentrazione nel sangue delle lipoproteine aterogene tanto maggiore è la quantità di queste che attraversa l’endotelio e che può depositarsi nella parete. Il secondo fattore è il tempo: quanto più tempo passa tanto maggiore è la possibilità che la placca evolva e si accresca o si renda vulnerabile e passibile di rottura. Proprio questo tempo di evoluzione della placca, che è sempre quantificabile in mesi o in anni, è un elemento fondamentale per il medico per attuare una efficace prevenzione cardiovascolare: a quale età si fa l’infarto? la risposta è: dipende dalla rapidità con la quale le placche si formano.

In definitiva l’età dell’infarto è inversamente proporzionale alla concentrazione di LDL: quanto maggiore è la concentrazione di LDL tanto più rapida è la formazione di placche e più precoce è l’età dell’infarto. In prevenzione primaria ci sono dunque anni a disposizione per individuare le placche e ritardare la loro evoluzione. La rapidità di insorgenza delle placche risente, peraltro, a parità di concentrazioni delle lipoproteine, della presenza di eventuali altri fattori che accelerano la deposizione lipidica: si tratta del fumo di sigaretta, dell’ipertensione arteriosa e del diabete mellito in primis.

Le carte del rischio, che forniscono una indicazione circa la probabilità di andare incontro ad un evento vascolare, tengono infatti conto di tutti questi fattori: età (tempo), concentrazione delle lipoproteine, altri fattori di rischio come appena ricordati. Sta al medico decidere quanto precocemente iniziare un intervento profilattico e graduarne l’intensità in base al calcolo del rischio cardiovascolare.

Per conoscere ulteriori dettagli sull’argomento è utile vedere: Ference BA et al. Impact of lipids on cardiovascular health. J Am Coll Cardiol 2018;72:1141-56.

Prof. Enzo Manzato

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