Come comunicare durante un’emergenza sanitaria

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Questo spazio fuori tema è tratto dall’ebook Nuovo Coronavirus e Resilienza – Strategie contro un nemico invisibile”, opera curata dal Prof. Luciano Peirone (che ringraziamo per la gentile concessione) a cui hanno partecipato molti altri autori ed esperti dei vari ambiti trattati.
In questa sezione sono disponibili tutti i capitoli del Libro

Il Prof. Luciano Peirone è psicologo psicoterapeuta; già professore a contratto presso l’Università degli Studi D’Annunzio e l’Università degli Studi di Brescia, è membro del gruppo di lavoro dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte “Terrorismo, radicalizzazione, violenza estremistica”e del gruppo “Psicologi per i Popoli” Piemonte.
Riveste molti incarichi editoriali per riviste di settore ed è membro di diverse associazioni scientifiche italiane ed internazionali. Maggiori informazioni sono visualizzabili sul suo
sito internet

In questa uscita, riportiamo il capitolo “Covid-19: come comunicare un’emergenza sanitaria”redatto dal Dott. Igor Graziato

Negli ultimi anni abbiamo dovuto affrontare diverse emergenze sanitarie, come la SARS ed Ebola ma anche tante altre situazioni complesse come ad esempio il terrorismo internazionale. Tali eventi hanno generato una forte preoccupazione nella popolazione mondiale (soprattutto in alcune aree geografiche) creando anche un impatto a livello psicologico sia a livello cognitivo che emozionale. Nulla però di paragonabile all’attuale scenario pandemico dovuto al COVID-19. Oggi il Coronavirus rischia di avere un impatto psicologico sulle persone ancora maggiore a causa della diffusione dei social network e delle fake news. La modalità con cui i media diffondono queste notizie può aumentare il livello di ansia nelle persone rischiando di provocare l’insorgere di pensieri catastrofici, di alimentare ulteriori preoccupazioni o peggio ancora di promuovere comportamenti errati. Un clima generale, questo, che può spaventare non solo gli adulti ma anche soprattutto i bambini. Infatti, ci sono alcuni video e alcune foto provenienti da tutto il mondo che sembrano ricordare visivamente qualche film catastrofico.

Gli psicologi lavorano da tempo per individuare le migliori strategie di comunicazione nelle situazioni di emergenza 

Durante una qualsiasi emergenza la comunicazione rappresenta un elemento strategico e centrale nella gestione sia psicologica che organizzativa degli eventi. I media, ma anche molta parte della politica, hanno sottostimato il fenomeno del COVID-19 definendolo “una semplice influenza” e relegando il problema al mondo orientale attribuendone in questo modo una valenza sia geografica che culturale (ad esempio con definizioni come “virus cinese” o “virus di Wuhan” ) o evitando di riconoscere la portata del fenomeno con manovre tipicamente difensive di negazione del problema (ad esempio l’hashtag #milanononsiferma). Fattori questi che possono interferire non solo con la dimensione psicologica ma anche con la stessa salute. L’idea che il “SARS-CoV-2” potesse arrivare solo da certe zone del mondo e che si potesse controllare il fenomeno adottando una visione lineare e non sistemica può essere stato uno dei fattori che ha reso più complesso il contenimento della diffusione del contagio. Un altro aspetto da tenere in seria considerazione è il rischio che una comunicazione caotica sul COVID-19 generi uno stigma sulle persone positive, sui caregivers e sul personale sanitario. La ricerca ha dimostrato negli anni come la discriminazione e i pregiudizi possano influenzare negativamente la dimensione psicologica di alcuni gruppi sociali. Lo “stigma” rende le persone ancora più fragili ed esposte soprattutto durante le epidemie e le pandemie. Questo può accadere perché le persone che appartengono ad una minoranza rischiano di nascondere i sintomi della malattia per evitare ulteriori discriminazioni che potrebbero emergere durante una visita medica. Infatti in queste ultime settimane sono stati numerosi gli atti di violenza sia verbale che fisica contro le persone di “origine asiatica”. Il timore di essere vittime di ulteriori discriminazioni rischia di incrementare indirettamente la diffusione del SARS-CoV-2. Se a questo aggiungiamo una comunicazione istituzionale confusa e paradossale e una leadership politica poco assertiva il rischio di generare una “tempesta perfetta” è dietro l’angolo. L’ abuso del termine “psicosi” ha creato un’ulteriore confusione e ha rischiato di produrre un effetto di sottovalutazione del problema incrementando i comportamenti a rischio che bisogna sempre evitare soprattutto in questo periodo storico.

Il pregiudizio e la xenofobia alimentano la diffusione del Coronavirus 

L’idea che il virus sia cinese rischia di creare un frame potenzialmente negativo che non solo aumenta la xenofobia, ma può anche introdurre un bias per i decisori. Se è vero che l’origine del COVID-19 si può attribuire ad una specifica zona della Cina nessuna persona al mondo può dirsi esclusa dal rischio di infezione o di diffusione del virus. Anche un occidentale avrebbe potuto rappresentare il veicolo principale del contagio. È importante ricordarsi quanto sia letteralmente impossibile ricostruire la rete di contatti che una persona contagiata ha avuto e questo accade per una serie di questioni psicologiche che vanno dalla dimensione emozionale (la paura di aver contratto una malattia potenzialmente mortale, o il senso di vergogna per aver contagiato altre persone) a quella sociale (lo stigma). Ma sono anche coinvolti aspetti cognitivi come ad esempio la memoria che nell’essere umano non funziona certamente come quella di un hard disk. Per questa ragione le tecnologie potrebbero rappresentare un ottimo esempio per tracciare in modo efficace la diffusione del contagio. Inoltre, l’OMS raccomanda vivamente di evitare di collegare una malattia trasmissibile ad una specifica area geografica. Il rischio è quello di cadere in un errore di valutazione o anche diagnostico. 

La dimensione psicologica è fondamentale 

È importante ricordare che il cosiddetto fattore umano è alla base di molti “incidenti” o catastrofi che coinvolgono i sistemi complessi (ad esempio Chernobyl ma anche il Ponte Morandi per fare un esempio più recente). Alla base di queste catastrofi emerge, oltre alla dimensione tecnica, un problema di carattere organizzativo che coinvolge alcuni tipici vincoli informativi dell’essere umano (ad esempio l’attenzione, la me- moria, la comunicazione e la comprensione) ed altre dimensioni come la leadership e le dinamiche di gruppo. Tutti aspetti questi che potrebbero essere presi in carico all’interno di contesti organizzativi attraverso l’applicazione di alcuni principi di psicologia e di sociologia. La sicurezza non è solo una questione normativa o ingegneristica ma richiede una visione sistemica. Purtroppo in Italia siamo abituati ad osservare, in modo passivo, il susseguirsi di incidenti e di emergenze senza che vengano approfonditi alcuni aspetti centrali come la componente psicologica ed organizzativa che spesso sono alla base di queste situazioni drammatiche. Solo negli ultimi anni il nostro Paese è stato attraversato da diversi “incidenti”: l’esplosione della cisterna sulla Via Salaria, il Ponte Morandi e la tragedia al concerto Sfera Ebbasta ad Ancona. L’approccio che viene proposto sui media ricalca uno stile narrativo che rischia di promuovere una visione “superficiale” del problema della sicurezza. Nel nostro paese la tendenza è quella di ricercare un colpevole senza analizzare le cause che hanno contribuito a produrre uno scenario catastrofico. Senza questa parte di analisi è in realtà impossibile fare prevenzione in modo efficace. 

La comunicazione paradossale 

Le minacce derivate da virus sconosciuti al grande pubblico ed etichettati con un nome scientifico rischiano di stimolare un livello di ansia elevato nelle persone molto maggiore rispetto alle minacce conosciute. Un pericolo nuovo è quindi in grado di impattare in modo importante sulla componente psicologica, generando stress, promuovendo comportamenti alimentati dalla paura e portando le persone a sottostimare altri pericoli. Ad esempio la pericolosità del morbillo viene normalmente sottovalutata proprio perché si ritiene di conoscere la patologia al punto da portare alcuni a promuovere degli atteggiamenti “anti-vax”. Tutti comportamenti dettati in gran parte dalla paura ma anche rinforzati da stereotipi e pregiudizi. Quello che sta accadendo, a livello sociale, è per certi versi prevedibile soprattutto quando la comunicazione tende a fornire un messaggio paradossale. Se da un lato si cerca di rassicurare le persone sul fatto che la situazione sia sotto controllo dall’altro canto sui social network e sui media tradizionali vengono diffusi titoli ed immagini che richiamano, a livello simbolico e semantico, le narrazioni tipiche di alcuni film di fantascienza catastrofici. Quando le persone vivono una situazione di incertezza verso una minaccia “invisibile” come un virus “sconosciuto” c’è il rischio concreto che possano mettere in atto dei comportamenti dettati dalla paura; e la paura è il peggior nemico da affrontare in una situazione di potenziale “emergenza”. È importante ricordare che, davanti ad un pe- ricolo (reale o percepito la differenza è relativa) è naturale che nell’essere umano si attivi una componente emozionale che è mediata da precisi meccanismi di sopravvivenza. Possiamo prevedere abbastanza facilmente che davanti ad un pericolo, qualunque esso sia, reale (un cane minaccioso), percepito (un insetto in realtà innocuo) o anche solo “immaginato” (il timore di ammalarsi di una grave malattia) il nostro comportamento di base legato alla sopravvivenza ci porterà alla fuga, all’attacco o al cosiddetto “freezing” (ovvero il fatto di rimanere completamente bloccati, inermi e non in grado di reagire). Questi comportamenti automatici in realtà sono utili per la sopravvivenza e possono essere gestiti se la persona ha strutturato delle adeguate strategie di coping. È sempre possibile imparare a comportarsi in modo adeguato durante un’emergenza partendo dalle scuole. Un esempio classico è il Giappone dove tutta la popolazione fin dall’infanzia è preparata ad affrontare i terremoti e gli tsunami. La comunicazione istituzionale deve prestare attenzione a questi aspetti per ridurre al minimo l’attivazione di alcuni comportamenti umani che sono ampiamente prevedibili. 

La comunicazione gioca un ruolo essenziale durante una crisi 

Durante un’epidemia o una situazione di crisi (ad esempio un attacco terroristico) è fondamentale la presenza di un’unica fonte autorevole, trasparente e tempestiva per gestire in modo efficace l’ansia e la preoccupazione nel grande pubblico. La comunicazione, in una situazione di emergenza, deve essere semplice, comprensibile e contenere delle indicazioni comportamentali facilmente attuabili dalle persone nel loro quotidiano (ad esempio nel caso del COVID-19 “lavarsi bene le mani”, “starnutire nel gomito” , “utilizzare la mascherina” e “tenere un’adeguata distanza interpersonale”). È importante inoltre che sia solo una fonte ufficiale, come ad esempio il Governo e il Ministero della salute, a diffondere delle notizie in modo da limitare l’impatto delle informazioni diffuse in modo caotico sui social network. Un alto livello di attivazione, stress e di ansia può produrre un effetto paradossale nella popolazione. 

Ad esempio, una persona potrebbe adottare delle misure completa- mente inutili come fare incetta di provviste, di medicinali o di mascherine evitando però nel contempo di adottare quelle contromisure realmente utili per evitare la diffusione di un virus. Un protocollo di comunicazione deve essere preparato prima dell’emergenza e non può essere improvvisato. Infatti il rischio è quello di alimentare la confusione e di generare una serie di problemi pratici.

Una comunicazione semplice, diretta e visiva 

Per limitare la diffusione di un dato virus è fondamentale nella comunicazione utilizzare delle infografiche e dei brevi video che mostrino i comportamenti da tenere nel quotidiano. Non sono sufficienti quindi proclami o comunicati scritti. Anche gli scienziati possono comunicare le loro incertezze con onestà e trasparenza ma evidenziando anche il lavoro in rete che stanno svolgendo per affrontare una data minaccia. Inoltre, per riuscire ad intervenire in modo efficace in una situazione di emergenza, è importante prepararsi in anticipo. Infatti, ci vuole tempo per rendere autorevole una fonte nel grande pubblico. 

Comunicare in base al target 

La comunicazione istituzionale deve anche essere diversificata in base ai target di riferimento. Infatti, è diverso informare gli adolescenti rispetto agli anziani. Il linguaggio, lo stile e il contenuto devono adeguarsi in base a diversi fattori (ad esempio all’età, agli aspetti socio-culturali, al contesto di provenienza e ad altre variabili). Non è pensabile quindi costruire un’unica comunicazione standard. 

I nostri limiti cognitivi ed emozionali 

L’essere umano ha delle limitazioni cognitive che influenzano l’attenzione, la memoria, la comunicazione e la comprensione. Non siamo dei computer né la nostra memoria funziona come quelle di un computer. I nostri processi decisionali sono basati su euristiche e non su algoritmi. Andiamo incontro ad errori percettivi, di valutazione dei problemi e siamo abili nel creare delle correlazioni illusorie. Tutti questi aspetti sono un vantaggio nella vita di tutti i giorni dato che ci garantiscono la sopravvivenza, ma possono anche rappresentare un serio problema durante le emergenze e nella gestione delle situazioni critiche oltre che in generale tutte le volte che si cerca di fare prevenzione. L’essere umano tende, per sua natura, a valutare il mondo da un punto di vista causale e lineare mentre le emergenze coinvolgono in modo sistemico una società. Un fattore apparentemente debole potrebbe dare via ad una cascata di effetti difficilmente rappresentabili a livello mentale. Inoltre, un sistema complesso, prima di collassare, può apparire stabile regalando l’illusione ai decisori che tutto sia sotto controllo. Questo aspetto è dimostrabile se si ripensa alla situazione iniziale del COVID-19 in Italia. Nel mese di febbraio tutto sembrava stabile poi nel giro di pochi giorni il contagio si è diffuso in tutta la sua virulenza. Le catastrofi si comportano in questo modo e questo richiede a livello organizzativo ed istituzionale una visione “probabilistica” e non deterministica. 

Il contributo della psicologia 

L’approccio alla sicurezza si è basato per decenni su un semplice presupposto: ad esempio quando suona un allarme antincendio o accade una qualche emergenza imprevista le persone devono seguire in modo ordinato le istruzioni ricevute. Una visione ormai “ingenua” e che non tiene conto della componente psicologica, emozionale, cognitiva e comportamentale degli esseri umani. Questo approccio alla sicurezza presenta diversi problemi dato che non prende in considerazione in modo approfondito gli schemi comportamentali delle persone che vengono messe in atto durante le emergenze. Infatti, le persone non sempre si accorgono immediatamente di un pericolo e a volte possono sopravalutare o sotto- valutare la presenza di un problema ed agire di conseguenza attivando un comportamento di fuga (ad esempio il caso di Piazza S. Carlo a Torino) con conseguenze drammatiche per gli individui presenti. In altri casi, come durante questa pandemia, le persone quando temono per la propria sopravvivenza prendono di assalto i supermercati, diventano aggressive o perdono rapidamente la propria “razionalità”. Inoltre è risaputo che il tempo di latenza nella risposta ad un segnale di pericolo può ampliarsi dato che l’essere umano deve decodificare il contesto e in queste situazioni si affida al comportamento che osserva negli altri per agire. Se il panico prende il sopravvento i meccanismi di attacco, fuga e freezing avranno la meglio mettendo in crisi qualsiasi schema “rigido” di gestione della sicurezza. La componente emozionale si attiva sempre in funzione di precisi meccanismi di sopravvivenza. È importante mettere in luce come questi comportamenti automatici in realtà siano utili all’uomo per la sua sopravvivenza e come possano essere gestiti solamente se la persona ha elaborato specifiche strategie di coping oppure ha seguito un addestramento come quello che fanno normalmente i militari o gli astronauti. In realtà è sempre possibile imparare a comportarsi in modo adeguato durante un’emergenza e per riuscire a farlo bisognerebbe partire dalle scuole. 

Come promuovere dei comportamenti virtuosi? 

L’essere umano tende a conformarsi a quanto osserva nel gruppo di riferimento. Tale modalità, che ha un suo significato in termini evolutivi, può portare a commettere errori piuttosto grossolani. Nel classico esperimento di Asch condotto negli anni ’50 del secolo scorso fu evidente come l’effetto del gruppo portasse un individuo a conformarsi ad una scelta anche quando questa era visibilmente errata. Nei momenti di incertezza tutti noi cerchiamo delle informazioni osservando il comportamento degli altri. Nei contesti sociali le interazioni tra persone sconosciute sono molto brevi, altro aspetto questo che riduce la probabilità di un intervento concreto e che incrementa la distorsione di quanto osservato. Quindi se ad esempio tutti portano la mascherina “abbassata” potremmo ritenere che quello sia il comportamento migliore da tenere e saremmo quindi portati ad uniformarci a quanto osservato. Rischiando così di contribuire anche noi, con il nostro comportamento, alla diffusione virus. 

Le fake news: un vecchio nemico della comunicazione 

Lo scrittore Norman Mailer coniò il termine di factoid per definire quei “fatti che non avevano esistenza prima di comparire su una rivista o su un giornale”. Si tratta di notizie inventate di sana pianta o riportate attraverso il “passa parola” che divengono reali solo una volta pubblicate e condivise. Il fenomeno esiste da ben prima dell’avvento di internet e dei social media e, per certi versi, le dinamiche che osserviamo oggi su web, non sono una novità. 

Le cosiddette “ fake news ” o “ bufale ” possono influenzare gli atteggiamenti, le decisioni politiche, alimentare la superstizione e orientare le scelte di consumo. I social hanno semplicemente accelerato un fenomeno noto da decenni. A differenza del passato oggi la tecnologia consente di condividere in modo istantaneo qualsiasi informazione. Un gesto quotidiano, rapido e spesso fatto in modo inconsapevole. 

La narrazione, per risultare efficace, deve essere verosimile ma alle volte può anche contenere delle derive di pura fantasia. Uno dei più noti “factoid” è stato realizzato da Orson Welles nel 1938 quando presentò una versione radiofonica del noto romanzo di fantascienza La guerra dei mondi scatenando il panico e la preoccupazione tra i radioascoltatori. 

Oltre l’innegabile talento dell’attore è importante contestualizzare il periodo storico che fece da sfondo a questa trasmissione, il mondo si trovava all’indomani del secondo conflitto mondiale, in un periodo di forte crisi economica e le persone vivevano già in un clima di profonda incertezza. Un racconto realistico dell’invasione aliena andò a stimolare paure e preoccupazioni già presenti. Negli anni ’70 del secolo scorso, in Francia, era circolato un documento il cosiddetto “volantino di Villejuif”, un testo dattiloscritto che invitata i genitori a proteggere i loro figli dai “pericolosi coloranti” contenuti nelle bevande e nelle merendine in quanto cancerogeni. Il volantino aveva avuto una diffusione capillare arrivando al punto di influenzare il comportamento d’acquisto di migliaia di persone. Anche le persone colte come i professori e i medici cascarono nell’inganno e secondo alcuni dati solo il 10% dei professionisti in ambito sanitario si era premurato di approfondire quanto riportato nel volantino. In molti istituti scolastici erano stati tolti dei distributori di alcune marche, il tutto perseguendo un obiettivo nobile ovvero quello di tutelare l’infanzia. L’agente cancerogeno più temibile indicato nel volantino era l’E330 che corrisponde all’innocuo acido citrico mentre alcuni elementi pericolosi venivano considerati del tutto sicuri. Il volantino di Villejuif non solo conteneva informazioni errate, ma dava anche indica- zioni potenzialmente pericolose. Con il passare del tempo il volantino ha subito diverse trasformazioni. Secondo una delle ultime versioni, disponibili su web, il documento è stato realizzato da un non meglio precisato “Centro Antitumori di Aviano”. Un caso attuale di “factoid” riguarda la presunta correlazione tra il 5G e il COVID-19 e malgrado le smentite ufficiali questa “fake new” continua a proliferare producendo un impatto concreto sul comportamento delle persone (proprio in queste settimane sono emersi degli atteggiamenti neo-luddisti sfociati anche nella distruzione di alcune antenne proprio nel momento in cui il bisogno di banda per la connessione internet è particolarmente necessario). Anche questo fenomeno trova terreno fertile in un diffuso atteggiamento anti-scientifico che viene costantemente alimentato da varie “teorie del complotto”, da alcuni VIP e da certe trasmissioni che grazie al web hanno trovato una più rapida capacità di penetrazione sfruttando anche la paura e le preoccupazioni delle persone. Ma dietro il complotto in realtà si cela anche una rassicurazione psicologica. Un mondo governato da oscuri decisori è per certi versi più tranquillizzante. Credere che esista un “colpevole” è molto meglio che accettare l’idea di vivere in un contesto instabile e turbolento. Un altro aspetto importante, che gioca a favore della diffusione delle tesi “complottiste”, è un tipico problema insito nel ragionamento umano. La nostra mente è abile nel costruire collegamenti tra eventi diversi in modo del tutto spontaneo e questo fenomeno è chiamato “correlazione illusoria”. 

Così se compare il COVID-19 e nel contempo si stanno istallando le antenne 5G il gioco è fatto. Ma la correlazione non è sinonimo dell’esistenza di un rapporto causale. Solo il metodo scientifico può aiutarci a dipanare il mistero. Purtroppo la scienza richiede tempo, esige prove ed analisi e spesso deve ammettere di “non sapere”. In alcuni casi la scienza deve formulare an- che delle risposte complesse che mal si addicono al nostro modo “ingenuo” di vedere il mondo. Sappiamo tutti che è la Terra a ruotare intorno al Sole ma i nostri sensi forniscono una visione ben diversa del fenomeno. La scienza non è quindi in grado di placare l’ansia delle persone di fronte ad un evento pandemico e potrebbe anche essere messa sul “banco degli imputati”. 

Le fake news si diffondono più rapidamente delle notizie “ufficiali” 

Un recente studio pubblicato sulla rivista Science ha evidenziato come le cosiddette “ bufale ” si propagano con una velocità significativamente maggiore delle notizie vere . I ricercatori hanno analizzato l’evoluzione di 126 mila Tweet su un campione di circa 3 milioni di utenti (nel periodo compreso tra il 2006 e il 2007). Le fake news hanno raggiunto, in modo significativo, un bacino di persone molto più ampio rispetto a quelle la cui fonte era certa. Il sistema di invio dei “tweet” era realizzato in forma automatica attraverso dei bot mentre la fonte per verificare la veridicità delle notizie avveniva attraverso il riferimento a sei organizzazioni indi- pendenti. Questa preoccupante dinamica riguarda ogni tipologia di notizia. Si è infatti osservato come il fenomeno delle fake news coinvolga ambiti diversi come la politica, il terrorismo, i disastri naturali, l’economia, la ricerca scientifica. Le leggende metropolitane infatti trovano, come è logico aspettarsi, un terreno fertile per diffondersi ed evolversi rapidamente soprattutto attraverso la rete dei social network. In particolare la politica sembra essere la più esposta e la più fragile di fronte a questo fenomeno. Esistono, come è noto, dei sistemi automatici (bot) che diffondono automaticamente sui social questa tipologia di notizie e le persone tendono a condividere queste informazioni in modo automatico e senza verificarne la fonte originaria. Il dato preoccupante è che, nel campione analizzato, una fake news si è diffusa rapidamente tra 100.000 persone mentre le notizie “verificate” hanno coinvolto solo 1000 persone. Infatti, la modalità con cui certe notizie vengono costruite attiva non solo la componente emozionale ma anche un percorso periferico di elaborazione dell’informazione come proposto nel modello di Petty e Cacioppo. È evidente, quindi, come questo uso poco consapevole dei social (ad esempio Facebook o Twitter) rischi di diffondere degli atteggiamenti “populisti”, delle credenze ascientifiche (come nel caso del “COVID-19”) e persino di alimentare dei pregiudizi. Inoltre la diffusione delle “Fake news” genera delle conseguenze sul clima generale di una società. Queste storie, infatti, fanno emergere emozioni come la paura, il disgusto o la sorpresa mentre le storie tratte da una fonte seria tendono a stimolare la gioia, la tristezza ma anche la fiducia. La deriva aggressiva che sta caratterizzando il periodo storico che stiamo vivendo ha probabilmente diverse cause che coinvolgono sia gli aspetti sociali che quelli economici. Inoltre, la diffusione delle fake news e l’uso “politico” dei social alimenta un’ulteriore polarizzazione degli atteggiamenti producendo un generale aumento della conflittualità, di incertezza e di smarrimento. Per questa ragione, durante un’emergenza come quella attuale, è fondamentale che le istituzioni siano in grado di contrastare efficacemente la diffusione di queste notizie false. Il rischio che persone spregiudicate o addirittura delle agenzie estere possano manipolare l’atteggiamento delle persone è molto elevato. Le notizie sul COVID-19 dovrebbero essere fornite solo da fonti ufficiali scientifiche e da personale specializzato abituato a trattare con i media. 

Le fake news alimentano l’aggressività e gli scontri “politici” 

A prescindere dall’ideologia di riferimento assistiamo, soprattutto sui social, ad un atteggiamento aggressivo nei confronti dell’avversario politico. Una ricerca pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology ha indagato le potenziali cause che alimentano un atteggiamento violento nei contesti politici. Da questa analisi emerge che tutti coloro che sono attratti dagli sport “estremi”, che sono alla ricerca costante di un significato da dare alla propria esistenza e sono, in generale, affascinati dall’avventura tendono ad esprimere un atteggiamento aggressivo nella politica. Gli psicologi hanno scoperto che proprio le persone che avevano un costante bisogno di eccitazione e di attivazione tendevano anche a sostenere, con maggiore probabilità, i gruppi estremisti e le posizioni “violente” in politica al netto dell’ideologia di riferimento (destra o sinistra). Tale atteggiamento emerge con una maggiore frequenza negli adolescenti e nei giovani adulti che tendono, di conseguenza, ad aderire con maggiore facilità alle idee proposte dai movimenti estremisti sia politici che religiosi. Secondo la psicologa sociale Birga Schumpe in alcuni gruppi sociali la presenza di un forte ideale “politico” tende anche a giustificare l’uso di metodi “violenti” (sia verbali che “fisici”) e tale atteggiamento, se correlato con la necessità di dare senso alla propria esistenza, può produrre un ulteriore fattore di rischio di esplosioni rabbiose e violente. Gli interventi mirati a ridurre l’impatto delle posizioni estremiste dovrebbero essere rivolti ad aiutare le persone a dare senso alla propria esistenza non limitandosi a un confronto “dialettico” che potrebbe, per paradosso, amplificare ulteriormente il livello di conflittualità. 

Le fake news generano falsi ricordi nelle persone 

Le notizie false possono generare nelle persone dei falsi ricordi soprattutto se la narrazione risulta coerente con le loro credenze politiche. È quanto emerge da una ricerca che ha coinvolto oltre 3000 elettori irlandesi prima del referendum del 2018 sulla legalizzazione dell’aborto.
Gli psicologi hanno presentato ad ogni soggetto sei rapporti giornalistici due dei quali erano completamente inventati. Le due fake news raccontavano del comportamento disonesto di un leader e differivano solo per un particolare: in un caso l’esponente politico era a favore dell’aborto mentre nell’altro era contrario.
Circa il 50% del campione ha riferito di ricordare perfettamente la notizia mentre circa un terzo ha aggiunto dei particolari non presenti nella “fake news”. Da questa ricerca risulta che le persone tendono a ricordare più facilmente le notizie false che coinvolgono i loro avversari politici piuttosto che quelle vere. 

Questo studio evidenzia come, durante una campagna elettorale, sia possibile manipolare le persone rafforzando le convinzioni politiche soprattutto attraverso l’uso di “fake news”. È possibile ridurre, ma solo parzialmente, questo effetto informando le persone sulle dinamiche legate alla disinformazione ma l’impatto sui falsi ricordi rimane comunque piuttosto elevato. 

In pratica gli elettori non solo tendono a credere alle “fake news”, ma arrivano ad aggiungere dei particolari inesistenti alla notizia e soprattutto a generare dei “falsi ricordi”. Con la diffusione dei social questo aspetto “persuasivo” ha semplicemente subito un’accelerazione dato che, questo fenomeno, era già stato rilevato in passato anche con i media tradizionali. 

Lo scontro tra “scienziati” 

Rappresentare un concetto astratto come “il metodo scientifico” è molto complesso, ne consegue che tutti noi preferiamo far riferimento a un personaggio pubblico a cui attribuire una serie di caratteristiche “stereotipate”. Un grande classico è la rappresentazione iconografica di Einstein che è divenuto anche il protagonista di un recente spot televisivo. Questo approccio alla scienza trasforma poi il dibattito in una sorta di derby tra due tifoserie. Uno scontro che ci riporta all’ipse dixit e ad una visione dogmatica ed ascientifica. Paradossalmente oggi l’umanità ha a disposizione il più potente mezzo di comunicazione di sempre ed ognuno di noi potrebbe in pochi minuti comprendere se quanto viene affermato da una data fonte è sostenuto o meno sul piano scientifico. Purtroppo la nostra mente desiderosa di risparmiare risorse cognitive ed emozionali viene sempre attratta dalla risposta più semplice o peggio ancora da quella che ci pare più credibile. Peccato che la Natura sia ricca di spiegazioni contro-intuitive. Ad esempio, credere ad un Premio Nobel è un atteggiamento pericoloso dato che non dobbiamo fare affidamento tanto sulla persona quanto sulle ricerche scientifiche pubblicate. Anche i Professori, i Nobel commettono errori o perdono la loro verve scientifica, si ammalano o vanno incontro a problemi emozionali. L’effetto alone di citare un Premio Nobel produce un sicuro fascino a livello mediatico ma oscura nuovamente il pensiero scientifico. Ma cosa accade nella mente di una persona quando ha abbracciato l’idea che il COVID-19 sia il prodotto nella “perfida mente” di Bill Gates e diffuso attraverso il 5G? E che cosa accade quando questa persona ha esposto le sue posizioni sui social? È abbastanza prevedibile che manterrà una posizione sempre più radicale e assolutista. Osserviamo questi fenomeni in tanti ambiti. Un caso noto riguarda i fumatori i quali conoscono benissimo ormai i danni che la sigaretta può provocare sulla salute (è scritto persino sui pacchetti) ma ricorrono, ovviamente in modo inconsapevole, ad un meccanismo ben noto a noi psicologi ovvero la “dissonanza cognitiva”. Tutti coloro che fumano quando lo fanno pensano più o meno quanto segue: “Il mio vicino di casa è vissuto fino a 90 anni e fumava un pacchetto al giorno!”, “Ci sono vizi più dannosi del fumo!” oppure un grande classico “Di qualcosa bisogna pur morire!”. Tutti pensieri che però incideranno direttamente sulla loro salute provocando una momentanea serenità ma aprendo la strada a problemi seri per il futuro. Anche nel caso dell’attuale pandemia di COVID-19 possiamo osservare l’emergere di diversi atteggiamenti. È probabile che una persona che abbia sempre mantenuto una posizione radicale di contrasto verso i vaccini non possa che amplificare questo atteggiamento paradossalmente proprio oggi durante la pandemia. È possibile quindi che un “no-vax” vada alla ricerca attiva di informazioni che possano valorizzare la sua posizione e che, almeno pubblicamente, mantenga questo tipo di atteggiamento. Ad esempio uno dei classici modi per ridurre l’impatto psicologico del COVID-19 è quello di comparare le morti da Coronavirus con altre situazioni (ad esempio incidenti stradali). Ma si tratta di un grave e fazioso errore metodologico che potrebbe ridurre il grado di attenzione delle persone e promuovere comportamenti a rischio. Per questa ragione la comunicazione scientifica rischia di essere poco ascoltata o addirittura evitata soprattutto da questo cluster di persone. Esistono anche qui delle precise strategie per informare correttamente la cittadinanza durante una qualsiasi emergenza e ci sono anche indicazioni utili per aiutare i bambini a gestire la componente emozionale. Applicando quanto emerge dalla psicologia del marketing si potrebbe tranquillamente affrontare questo fenomeno strutturando una corretta campagna pubblicitaria che tenga conto dei meccanismi cognitivi ed emozionali che caratterizzano ogni consumatore in quanto essere umano. Un altro dato interessante da sottolineare è come, durante le emergenze, possano comparire delle logiche che non seguono i percorsi causali e lineari a cui la nostra mente è abituata. Un sistema complesso può quindi subire degli effetti inaspettati e collassare rapidamente. Prepararsi alle emergenze significa investire durante i periodi tranquilli nella formazione e nelle nuove tecnologie. L’improvvisazione, la disorganizzazione e la superficialità sono il peggior nemico perché non permettono di agire in modo efficace ed efficiente. 

Perché le fake news funzionano? 

Il passaparola avviene utilizzando reti amicali dirette e quindi viene mediato attraverso persone di nostra fiducia o che stimiamo. Raramente ci fermiamo a riflettere sulla veridicità di una notizia se viene veicolata at- traverso la nostra rete di conoscenze e se risulta credibile (ad esempio seguendo alcuni stereotipi o alimentando i nostri pregiudizi). Ovviamente con l’avvento dei social network la velocità di diffusione di tali contenuti è praticamente immediata. Per costruire una “fake news” efficace è sufficiente far leva su alcune paure e visioni stereotipate. Ed ecco qui dieci semplici consigli per non cadere vittima delle bufale nella vita e nel web. 

  1. Prima di condividere una notizia sui social verifica sempre che la fonte sia attendibile 
  2. Sviluppa un minimo di conoscenza scientifica, questo ti aiuterà a discriminare meglio le notizie palesemente false da quelle vere. Se ti sembra di aver compreso troppo velocemente o facilmente un concetto complesso fermati un attimo ad approfondire bene il tema. 
  3. Se un tuo amico pubblica una notizia, verifica comunque la fonte. 
  1. Fai riferimento agli esperti. Evita di informarti solo attraverso il web, potresti illuderti abbastanza facilmente di aver acquisito una conoscenza approfondita su fenomeni complessi che richiedono anni e anni di studio. 
  2. Evita di dar credito al passa-parola. Dopo pochi passaggi un’in- formazione viene completamente stravolta. 
  3. La tua esperienza personale è importante, ma può essere parziale. Presta attenzione al tuo intuito soprattutto quando riguarda ambiti che non conosci. La mente è abile nel costruire correla- zioni “illusorie” e portarti “fuori strada”. 
  4. I gruppi social e i forum sono strumenti importanti ma posso- no diffondere delle teorie prive di fondamento scientifico e le persone in rete possono rinforzare i loro stereotipi e pregiudizi. 
  5. Diffida dei professionisti che prendono posizioni “estreme” o al di fuori dalla comunità scientifica. La ricerca oggi è avanzata, viene portata avanti da team internazionali ed eventuali scoperte di rilievo sono pubblicate su riviste con elevato IF (impact factor). La figura poetica e magica del “ricercatore indipendente” è anacronistica. 
  6. I titoli enfatici sono creati ad hoc per stimolare la tua curiosi- tà e per produrre un ritorno a chi pubblica la notizia. Verifica con attenzione il sito web a cui fa riferimento l’articolo. 
  7. Google si armonizza in base alle tue ricerche e alle tue preferenze. Apprendi come realizzare una ricerca sul web approfondita e non limitarti ai risultati forniti dalla prima pagina. 

Come affrontare il tema della pandemia con i bambini? 

La situazione lo sappiamo è complessa dato che il COVID-19, a differenza di una “banale influenza”, può produrre serie complicazioni ma soprattutto può mettere in crisi rapidamente un sistema sanitario come è accaduto in Italia e in altre nazioni. Ma che ruolo possono giocare i genitori? Proprio durante una situazione di emergenza sanitaria come questa il ruolo degli adulti può diventare un’occasione preziosa per aiutare i bambini a fronteggiare e a gestire le proprie paure. Se le notizie che provengono dai media, ma soprattutto le fake news, rischiano di generare uno stato di tensione globale è fondamentale da parte degli adulti tenere un atteggiamento assertivo ed approfondire con cura quanto sta accaden- do dalle fonti ufficiali evitando di diffondere teorie complottiste. 

Che cosa devono fare gli adulti? 

  • I genitori, gli insegnanti ed in generale tutti coloro che si oc- cupano dei bambini devono raccogliere con cura e calma le informazioni che provengono dalle fonti ufficiali. Apprendere come si può diffondere un virus e quali siano i comportamenti che si possono adottare nel quotidiano; infatti questo modo di agire è già utile per fornire un esempio concreto ai bambini. Se il livello di tensione in loro dovesse incrementarsi in modo rilevante interferendo, ad esempio, con il sonno potrebbe essere utile un supporto psicologico. 
  • È importante prestare attenzione al comportamento dei bambini e se dovessero esprimere anche in modo indiretto, ad esempio con un silenzio eccessivo o attraverso qualche “gioco” particolare, qualche preoccupazione non bisogna sottovalutarla o svalutarla. Nel caso in cui accadesse ciò è importante parlare in modo aperto e trasparente affrontando il discorso in funzione dell’età e della fase di sviluppo del bambino. 
  • È essenziale ascoltare i bambini e far esprimere loro le proprie emozioni e le proprie paure. Ricordatevi del vostro ruolo adulto nel modulare la dimensione emozionale e nel fornire loro un supporto sicuro. 
  • Condividete con loro i comportamenti da adottare durante la diffusione di un virus influenzale come lavarsi le mani con cura, starnutire sui “gomiti” ed in generale parlate di igiene spiegando, nel contempo, le motivazioni alla base di questi gesti. L’adulto deve, con il suo esempio, promuovere questo tipo di azioni. 
  • È importante evitare che i bambini siano vittime della disinformazione. Quindi bisogna approfondire con loro l’argomento, fate delle domande e condividete con loro le informazioni che avete raccolto dalle fonti ufficiali. Spesso i bambini, anche solo con il passa-parola tra di loro, rischiano di costruire scenari inquietanti e di cui raramente parlano con gli adulti. 
  • Ricordate ai bambini che esiste la figura del medico e che questo è al lavoro insieme a tanti altri professionisti per affrontare il problema. Vostro figlio sicuramente avrà già avuto modo di conoscere un pediatra e poiché questo professionista al giorno d’oggi è una figura che in genere adotta un atteggiamento adeguato verso i bambini, sicuramente può apparire loro rassicurante. 
  • Se vostro figlio non chiede nulla di preciso ed appare sereno potete comunque utilizzare questo momento per parlare della prevenzione. 
  • I comportamenti da adottare per contrastare la diffusione del Coronavirus sono gli stessi che possiamo adottare per combat- tere altre patologie virali o batteriche. Come ad esempio il fatto di lavarsi bene le mani, di non condividere le bottigliette e di curare in generale l’igiene personale. 
  • Non limitatevi a questa dimensione ma parlate in generale delle buone abitudini relative alla salute (ad esempio giocare, fare sport, adottare una corretta alimentazione). 

È chiaro che le persone giocano un ruolo fondamentale per gestire un’emergenza sanitaria di questo tipo. Ma è importante sottolineare come non solo in questo caso, ma in tante situazioni impreviste è fondamentale che gli adulti imparino ad adottare un atteggiamento corretto di fronte alle emergenze (ad es. disastri naturali, terrorismo…). La prevenzione è fondamentale e deve essere curata prima che si presentino situazioni di emergenza. 

Quali regole seguire per comunicare in modo efficace durante un’emergenza? 

Il nostro paese dovrà purtroppo attraversare altre emergenze, alcune sa- ranno di portata globale mentre altre probabilmente coinvolgeranno al- cune zone specifiche dell’Italia. Purtroppo viviamo in un contesto fragile dal punto di vista geologico e inoltre in alcune zone il rischio vulcanico è particolarmente elevato. Un approccio fatalista o burocratico oltre ad incrementare il caos e la sofferenza produce un dispendio importante di energie anche dal punto di vista economico. La politica quindi dovrà cambiare, se vorrà realmente essere vicina ai bisogni dei cittadini. Il concetto di “campagna elettorale continua” rischia di soffocare l’azione politica ad un mero tentativo di rincorrere i consensi nel presente evitando così di affrontare le questioni importanti nel medio-lungo periodo. Serve un investimento nella prevenzione, nella comunicazione e nella gestione degli scenari complessi che inevitabilmente dovremo affrontare nel futuro. La comunicazione deve essere preparata con cura prima che si presentino le emergenze e il ruolo formativo della scuola è centrale per preparare i futuri cittadini a decodificare la bontà dei messaggi. Inoltre, l’essere umano è un soggetto “attivo” che deve essere coinvolto in questo processo di costruzione di significato. Vediamo in sintesi come dovrebbe essere gestita, in una situazione di emergenza, una comunicazione efficace verso il grande pubblico. 

  • La comunicazione deve essere tempestiva, semplice ed efficace. 
  • La comunicazione deve essere adatta in funzione del target spe-cifico a cui si rivolge. Ad esempio un conto è parlare agli anziani ben altra cosa è rivolgersi agli adolescenti. 
  • Bisogna anticipare il diffondersi di teorie complottiste e di fake news aiutando le persone a riconoscere in modo autonomo una fonte autorevole. 
  • Le infografiche e i video sono più efficaci della comunicazione scritta o delle conferenze stampa. 
  • È fondamentale la coerenza tra quanto viene dichiarato e quanto viene realizzato nel concreto. Un decisore politico che indossa male una mascherina produce un impatto mediatico estremamente negativo. 
  • È importante lavorare, a livello di comunicazione, in modo preventivo partendo dalle scuole e diffondendo una cultura scientifica. 
  • Gli scienziati devono conoscere bene il medium che stanno utilizzando, curare non solo il linguaggio ma anche la comunicazione non verbale ed utilizzare, dove possibile, delle semplici metafore per riuscire così a raggiungere la gran parte della popolazione. 
  • Bisogna ricordare che alcune contromisure come i dispositivi di protezione, per quanto possano apparire preoccupanti sul piano psicologico, fanno parte delle procedure standard da adottare per contenere la diffusione di un dato virus e quindi vanno accettate e condivise. 
  • La componente psicologica deve essere gestita in modo efficace anche per evitare che le persone mettano in atto comportamenti discriminatori o potenzialmente pericolosi. 
  • Bisogna evitare di alimentare lo stigma e il pregiudizio. 
  • Durante le emergenze è fondamentale avere a disposizione delle linee guida per comunicare in modo efficace e non si può improvvisare. 
  • In ogni comunicazione è necessario tener conto sia della componente emozionale che di quella cognitiva. 
  • È importante evitare di utilizzare locuzioni come “non bisogna aver paura” ma piuttosto è meglio ricorrere ad un linguaggio orientato in modo positivo. 
  • La paura è un’emozione normale ma deve essere contenuta e soprattutto gestita anche fornendo delle semplici indicazioni comportamentali. 

Il COVID-19 ha messo rapidamente in crisi le nostre certezze, ha piegato rapidamente l’economia e ha messo sotto stress il sistema sanitario. Ha prodotto tanta sofferenza e un’enorme ondata di dolore che non svanirà facilmente. Siamo di fronte ad un’esperienza collettiva che sarà ricordata nei libri di storia. In questo momento è difficile avere una visione di insieme di quanto sia realmente accaduto, di quali siano stati gli errori, le sottovalutazioni e nel contempo, gli atti di dedizione e di coraggio di tante persone. Proprio per rendere giustizia a chi non c’è più è fondamentale poter imparare una lezione da quanto è accaduto, comprenderne le cause ed evitare la ricerca dei colpevoli. La prevenzione si basa sulla possibilità di analizzare a fondo quanto è accaduto per poter affrontare le emergenze del futuro. Bisogna anche ricordarsi che i sistemi complessi sono fragili e traggono in inganno l’essere umano. Un secondo prima appaiono stabili e sicuri ed un attimo dopo rischiano di collassare seguendo logiche “non causali”. A livello evolutivo l’essere umano è portato a pensare in termini “ingenui”, a credere che il contesto sia stabile e difficilmente riesce a cogliere i “segnali deboli” che si celano nella realtà. Tutti questi fattori influenzano pesantemente il processo decisionale e da qui hanno origine tanti errori.

La psicologia offre una serie di strumenti importanti per far fronte a questi aspetti ed è probabile che nel futuro, insieme alle intelligenze artificiali, essa rappresenterà una delle discipline centrali per supportare le persone a comprendere e ad interpretare la realtà. 

Igor Graziato
Psicologo del lavoro e Psicoterapeuta. Master in Cognitive Behavioural Hypnotherapy (Ipnosi Clinica Evidence Based). Torino. Già Vicepresidente di OPP (Ordine degli Psicologi del Piemonte).

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