Varianti Covid-19: quante sono e quanto aumentano la diffusione e la pericolosità del virus

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Le varianti dei virus si verificano quando c’è un cambiamento – o mutazione – nei geni del virus.
È nella natura dei virus a RNA, come il coronavirus, evolversi e cambiare. Alcune varianti possono scomparire col tempo, mentre altre persistono.

Gli scienziati monitorano ogni variante del Covid-19 per capire come questi cambiamenti potrebbero influenzare le modalità di diffusione del virus e gli effetti sulle popolazioni colpite.

“Quando un virus si replica o crea copie di se stesso mentre si diffonde, il genoma del virus (l’insieme delle istruzioni genetiche per l’organismo) spesso cambia leggermente. Questi cambiamenti sono chiamati mutazioni e di solito non sono significativi. Un virus con una o più nuove mutazioni è indicato come una variante del virus originale”, dice il dott. Richard Pebody, a capo di una squadra di scienziati, presso l’OMS europeo, che studia le varianti del Covid-19 e le sue implicazioni sulla salute.

Tipi di varianti del Covid-19 e loro pericolosità

L’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) ha suddiviso le varianti del Covid-19 in 3 gruppi, osservate dal settembre 2020 a marzo 2021.

  1. VOC – Varianti che destano preoccupazione
  2. VOI – Varianti di interesse
  3. Varianti sotto monitoraggio

Queste categorie sono state create sulla base della trasmissibilità, dell’immunità e della gravità dell’infezione.

Varianti che destano preoccupazione

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità una Variant of Concern (VOC) è una variante che soddisfi i seguenti requisiti:

  1. Aumento della trasmissibilità o cambiamento dannoso nell’epidemiologia di COVID-19; o
  2. Aumento della virulenza o cambiamento nella presentazione clinica della malattia; o
  3. Diminuzione dell’efficacia della sanità pubblica e delle misure sociali o della diagnostica disponibile, dei vaccini, delle terapie.

Al momento le VOC riconosciute sono le seguenti:

  • B.1.1.7, Regno Unito, settembre 2020 – ora chiamata ALFA
  • B.1.351, Sudafrica, settembre 2020 – ora chiamata BETA
  • B.1.1.7+E484K, Regno Unito, dicembre 2020
  • P.1, Brasile, dicembre 2020 – ora chiamata GAMMA
  • B.1.617.2, India, dicembre 2020 – ora chiamata DELTA
tabella delle VOC fonte: ECDC

Varianti di interesse (VOI)

Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, una variante viene dichiarata di interesse se il suo genoma presenta mutazioni con implicazioni fenotipiche accertate o sospette e:

  1. è stato identificato come causa di trasmissione comunitaria/casi/cluster multipli di COVID-19 o è stato rilevato in più paesi;
  2. è altrimenti valutato come un VOI dall’OMS in consultazione con il gruppo di lavoro sull’evoluzione del virus SARS-CoV-2 dell’OMS.
  • B.1.427/B.1.429, USA, settembre 2020 – ORA CHIAMATA EPSILON
  • B.1.525, Nigeria, dicembre 2020
  • B.1.617.1, India, dicembre 2020
  • P.3, Filippine, gennaio 2021
  • B.1.621, Colombia, gennaio 2021
  • B.1.616, Francia, febbraio 2021
  • B.1.617.3, India, febbraio 2021
  • B.1.620, provenienza non chiara, febbraio 2021
grab via WHO

Varianti sotto monitoraggio

Si tratta di varianti che sembrano diffondersi più facilmente e potrebbero avere un aumentato rischio di morte, altre invece riducono l’efficacia degli anticorpi generati da una precedente infezione da COVID-19 o da un vaccino anti COVID-19.

  • C.16, provenienza non chiara, ottobre 2020
  • B.1.526.1, USA, ottobre 2020
  • B.1.1.519, Messico, novembre 2020
  • B.1.214.2, provenienza non chiara, dicembre 2020
  • A.23.1+E484K, Regno Unito, dicembre 2020
  • A.27, provenienza non chiara, dicembre 2020
  • A.28, provenienza non chiara, dicembre 2020
  • C.37, Peru, dicembre 2020
  • C.36+L452R, Egitto, dicembre 2020
  • B.1.351+P384L, Sudafrica, dicembre 2020
  • B.1.526, USA, dicembre 2020
  • B.1.526.2, USA, dicembre 2020
  • B.1.351+E516Q, provenienza non chiara, gennaio 2021
  • B.1.1.7+L452R, Regno Unito, gennaio 2021
  • B.1.1.7+S494P, Regno Unito, gennaio 2021
  • AT.1, Russia, gennaio 2021
  • B.1.1.318, provenienza non chiara, gennaio 2021
  • P.2, Brasile, gennaio 2021
  • AV.1, Regno Unito, marzo 2021

L’OMS e i suoi partner seguono strettamente i cambiamenti nel SARS-CoV-2 (il virus COVID-19) dal gennaio 2020. Moltissimi cambiamenti hanno impatti minimi o nulli sulle proprietà del virus, ma altri influenzano la trasmissione (il virus può diffondersi più facilmente) o la gravità (può causare una malattia più grave).

Ogni segnale di potenziali varianti è rilevato e valutato in base ai rischi per la salute pubblica.

Differenze delle varianti del Covid-19 dal ceppo principale

Soltanto nella variante B.1.1.7 proveniente dall’Inghilterra sono stati osservati 17 cambiamenti genetici: sono questi cambiamenti che conferiscono dunque una maggiore contagiosità: nel giro di pochi mesi, infatti, la “variante inglese” è riuscita a scalzare il ceppo originario in UK, Italia, Francia, Germania ed altri paesi in cui questo è venuto a stabilirsi.

Alcune varianti, dicono i ricercatori, sembrano legarsi più strettamente alle cellule: alcune mutazioni della variante B.1.1.7 sembrano influenzare la proteina spike del coronavirus, che copre il rivestimento esterno di SARS-CoV-2 e conferisce al virus quel caratteristico aspetto “spinoso”.

Queste proteine si attaccano alle cellule umane nel naso, nei polmoni e in altre aree del corpo. Semplificando (molto) la spiegazione, i nuovi ceppi, a causa dei cambiamenti nella proteina spike, sono diventati più aderenti alle nostre cellule.

La “variante delta” (ex indiana)

Nello scorso mese la variante B.1.617.2 è stata “promossa” da Variante di Interesse a Variante che desta preoccupazione.
Secondo un articolo tratto da NATURE, “What scientists know about new, fast-spreading coronavirus variants pubblicato il 24 maggio 2021, sono state riscontrate delle differenze sostanziali in alcune varianti, come quella Indiana B.1.617,2, che possono aumentare la trasmissibilità della variante in maniera maggiore della cosiddetta “variante inglese” (la variante attualmente più diffusa al mondo) già maggiormente trasmissibile rispetto al ceppo originario di Wuhan.

© Hollie Adams/Bloomberg/Getty

La variante B.1.617.2 ha mutazioni chiamate 452R e 478K, che secondo Il Dr. Tang, sono entrambe collegate a una maggiore trasmissibilità. Entrambe le mutazioni alterano la proteina spike, che il virus utilizza per entrare nelle cellule umane. Sia i test del gene S che i dati di sequenziamento più dettagliati dai campioni di virus del Regno Unito indicano che B.1.617.2 sta superando gli altri due sottotipi B.1.617 e sostituisce B.1.1.7 – la variante identificata nel sud-est dell’Inghilterra alla fine del 2020 – come la variante più comune che determina nuove infezioni nel paese.
In un rapporto pubblicato il 12 maggio, un comitato consultivo del governo britannico chiamato Scientific Pandemic Influenza Group on Modeling, Operational subgroup ha affermato che esiste una “possibilità realistica” che B.1.617.2 sia il 50% più trasmissibile di B.1.1.7, secondo i dati disponibili.

La variante DELTA nel Regno Unito

Nuove conferme sulla maggiore trasmissibilità della variante indiana arrivano (ancora una volta) dall’Inghilterra dove si è assistito ad un aumento costante dei casi rispetto alla settimana precedente. Nell’immagine qui sotto è rappresentato il numero di nuovi casi, l’incidenza delle varianti di Coronavirus in circolazione ed il numero di vaccinazioni per tutto il Regno Unito.

Nonostante la maggiore trasmissibilità documentata dall’articolo di Nature sopraccitato, esistono comunque alcuni dati che fanno pensare che la cosiddetta variante Indiana potrebbe andare, nel lungo periodo, a sostituire la variante di virus precedente, senza però aumentare i nuovi contagi nelle comunità
Nel tweet riportato qui sotto, ad esempio, Eric Topol, Medico e divulgatore americano di chiara fama, riporta alcuni dati che vanno in questa direzione: secondo l’analisi dei contagi, nei cluster inglesi in cui la variante B.1.617.2 sta prendendo piede, essa sta agendo in un processo di sostituzione.

In un tweet più recente, Oliver Johnson -Professore di matematica presso l’Università di Bristol e direttore dell’Istituto di Statistica- rivela come nonostante i casi in ascesa, essi non sembrino più seguire una traiettoria esponenziale, anche se non è stato ancora raggiunto il picco della nuova “ondata”.

Solo nuovi studi potranno fare maggiore luce su questo “comportamento” del virus e sull’apporto positivo che la campagna di vaccinazione sta avendo in tal senso.

Correlazioni delle varianti del Covid-19 con i vaccini

Abbiamo visto come alcune varianti presentino una maggiore trasmissibilità e gravità rispetto al ceppo originario del virus. Ma esiste anche la possibilità che i vaccini anti COVID-19 possano essere parzialmente meno efficaci contro le varianti che destano preoccupazione.

Photo by CDC on Unsplash

La variante B.1.1.7, per esempio, può causare infezioni più gravi. Infatti in vari paesi, in cui questa variante è dominante, si è riscontrato un rapido aumento dell’incidenza, con conseguente aumento dei ricoveri, sovraccarico dei sistemi sanitari e aumento della mortalità. 

La variante B.1.351 non solo presenta una maggiore trasmissibilità, ma anche una ridotta efficacia per alcuni dei vaccini anti COVID-19.

Tabella comparativa delle varianti di Sars-CoV-2 in circolazione, con relativi dati su trasmissibilità e affidabilità dei vaccini nei loro confronti
tabella dello scienziato Eric Topol

Nella tabella presentata qui in alto, è possibile visualizzare graficamente la trasmissibilità di ogni variante di virus Sars-CoV-2 e la possibile efficacia dei vaccini nei loro confronti.
Recentemente l’Organizzazione mondiale della Sanità ha ribattezzato le principali varianti con le lettere greche.

  • Alfa si riferisce alla variante inglese
  • Beta alla variante sudafricana
  • Gamma: brasiliana
  • Delta: indiana
  • Epsilon: variante americana (VOI)

Secondo i primi studi, dunque, la cosiddetta variante indiana sarebbe maggiormente trasmissibile di quella inglese, ma non sfuggirebbe alla copertura vaccinale.

Relativamente alla variante B.1.617.2, infatti, recenti studi suggerirebbero un’ottima efficacia dei vaccini Pfizer-BioNtech e Oxford-Astrazeneca a seguito della seconda somministrazione di richiamo, mentre resterebbero poco coperti i soggetti con una sola dose di vaccino inoculata (circa 33% di efficacia). Come accennato, comunque, nuovi studi sono attualmente in atto, e saranno necessarie nuove evidenze per avere una certezza nell’analisi della “vaccine escape”

Essere fiduciosi e non abbassare la guardia (ancora per un po’)

L’effetto benefico delle vaccinazioni sui nuovi contagi è già visibile attraverso l’analisi della riduzione del tasso di ospedalizzazione e mortalità. I vaccini continueranno a mitigare gli effetti delle varianti e della trasmissione soprattutto durante i mesi estivi, ma l’allentamento prematuro delle misure di contenimento del contagio potrebbe portare a un rapido aumento dei tassi di incidenza e contagio, soprattutto in quelle sacche di popolazione che non hanno voluto o potuto terminare il ciclo vaccinale. Tale quota potrebbe, nel medio periodo, portare ad una situazione di mancato azzeramento del virus, e soprattutto alla potenziale “nascita” di nuove varianti del virus. Per tale ragione è necessario continuare a mantenere l’uso delle mascherine e del distanziamento sociale (soprattutto al chiuso).
Ad ogni modo, in genere i vaccini forniscono una certa protezione contro le nuove varianti del virus, perché innescano negli individui un’ampia risposta immunitaria, e se uno dei vaccini anti Covid-19 si dimostrasse meno efficace, i ricercatori potranno modificarne la composizione.

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