Gli integratori in prevenzione cardiovascolare, funzionano ?

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i medici acquisiscono le loro conoscenze attraverso le nostre malattie, considerando i farmaci come costituenti del cibo per la nostra alimentazione quotidiana, sebbene il più grande aiuto alla salute sia la moderazione a tavola. 

Plinio il vecchio (23 -79 d.C.) 

A soffrire di ipercolesterolemia, in Italia, sono tra 2.5 e 3 milioni di persone. Molti di questi, prima di iniziare una terapia farmacologica, cercano una soluzione negli integratori. Oggi più che mai il principio della sana alimentazione dovrebbe regolare il nostro comportamento a tavola. Questa presa di coscienza, rispetto al valore del cibo come “primum movens” della prevenzione di molte patologie (specie di carattere metabolico, comincia ad evidenziare scelte sempre più salutistiche rispetto al valore dell’alimentazione). Oggi, il consumatore appare come un soggetto estremamente attento a ciò che mangia, critico ed informato. Ma ciò che si mangia non è sempre sufficiente a coprire la crescente domanda di benessere e prevenzione. 

Ed è qui che vengono in soccorso i nutraceutici e gli integratori alimentari. Il termine nutraceutica è stato coniato dal Dr. Stephen DeFelice nel 1989 e deriva dall’unione di due parole: “nutrizione” e “farmaceutica”. I nutraceutici sono sostanze alimentari che si trovano in natura e che sono presenti nell’alimentazione di tutti i giorni. Possono rivelarsi molto efficaci sia a scopo preventivo che di supporto per il trattamento di alcune patologie. Le proprietà virtuose di diverse specie (la maggior parte dei nutraceutici ha origine vegetale, ma esistono anche sostanze di derivazione animale, es. l’olio di pesce) vengono concentrati in capsule o pillole, così da incrementarne i benefici in maniera esponenziale. I nutraceutici, quindi, non sono farmaci. Non curano, ma possono essere di aiuto in numerose situazioni cliniche. Tuttavia proprio come i farmaci vengono sottoposti ad alcuni test clinici che ne comprovino l’efficacia. 

Photo by Caju Gomes on Unsplash

Il mercato dei nutraceutici: 

la spesa sostenuta dagli italiani per questi prodotti, ha raggiunto nel 2014  i 2,4 miliardi di euro, in crescita dell’8,2% (rispetto ai dodici mesi precedenti). La nutraceutica continua, ad essere preferita dagli italiani (nel 2015 la spesa pro-capite ha raggiunto i 41 euro/anno) a fronte di una media europea che si assesta sui 27 euro. 

 Negli ultimi anni si è parlato soprattutto del riso rosso fermentato, ma sono diversi i supplementi utilizzati per tenere sotto controllo i livelli di colesterolo LDL: coenzima Q,10, fitosteroli, berberina, beta glucani. Questi integratori (spesso associati tra loro) hanno dimostrato di poter ridurre del 10-15 per cento i livelli di colesterolo LDL, purtroppo però ad oggi non ci sono studi clinici che correlino l’assunzione di tali prodotti alla riduzione delle dimensioni della placca aterosclerotica e degli eventi cardiovascolari. Secondo le linee guida relative alla gestione clinica delle dislipidemie, diffuse in maniera congiunta dalle società europee di cardiologia e dell’aterosclerosi (ESC: European Society of Cardiologi; EAS: European Society of Atherosclerosis) nel 2016, questi integratori sono adatti a chi ha livelli intermedi di colesterolo (valore totale tra 200 e 240 mg/dl) e che non per forza necessita di un intervento farmacologico. L’efficacia, come sempre, ha però un rovescio della medaglia poiché anche gli integratori infatti, possono dare effetti collaterali. Per questo motivo, vanno assunti soltanto dietro indicazione del proprio medico. 

Esiste una specifica indicazione alla terapia con nutraceutici ?

Le linee guida relative alla gestione clinica delle dislipidemie, delle società europee di cardiologia e dell’aterosclerosi (ESC: European Society of Cardiologi; EAS: European Society of Atherosclerosis)  considerano il trattamento con nutraceutici tra gli interventi pre-farmacologici, in funzione degli effetti ottenibili sul profilo lipidico e della loro elevata tollerabilità, pur sottolineando l’incompletezza delle informazioni scientifiche disponibili relativamente a molti di questi principi attivi. La supplementazione con alimenti funzionali e nutraceutici può rappresentare una valida opportunità terapeutica nei soggetti a rischio lieve-moderato.

Ruolo della dieta e dell’esercizio fisico in prevenzione

Quando si parla di ridurre i livelli di colesterolo LDL, ben chiara deve essere la distinzione tra “prevenzione primaria” (chi non ha avuto precedenti patologie cardio vascolari) e “prevenzione secondaria” (chi invece è già stato colpito da un evento cardiovascolare). Nel primo caso, l’indicazione riportata nelle linee guida europee è quella di mantenere l’LDL tra 100 e 115mg/dl. I valori però possono essere diversi in base al rischio cardiovascolare individuale, che può essere definito seguendo apposite tabelle, tenendo conto dell’età, dell’abitudine al fumo di sigaretta, dei valori di pressione sanguigna, della colesterolemia totale e di un’eventuale diagnosi di diabete. Per stare nei limiti, se si è sani, non servono farmaci. L’arma più potente per una prevenzione primaria cardiovascolare è rappresentata dall’adozione di uno stile di vita attivo. In linea generale, in Italia ci muoviamo meno rispetto a quanto viene comunemente consigliato.

L’esercizio fisico regolare – almeno 150 minuti a settimana di attività aerobica: camminate veloci, passeggiate in bicicletta, acquagym, danza, nuoto ecc. – migliora la funzione contrattile cardiaca, aiuta a controllare il peso corporeo e può ridurre i livelli del colesterolo LDL, aumentare il colesterolo “buono “LDL” e mantenere il controllo della pressione sanguigna. Un ruolo primario in questo senso è svolto anche da una sana dieta; sostituendo i grassi animali e la carne rossa con l’olio extravergine di oliva, il pesce ed eventualmente le carni bianche, si può ridurre il colesterolo «cattivo» (LDL) e mantenere intatto quello «buono» (HDL). 

Photo by Maid Milinkic on Unsplash

I Medici consigliano: LDL sempre più basse.

Leggendo le indicazioni riportate nelle nuove Linee Guida europee (2019) per la gestione delle dislipidemie, si ha la conferma che il colesterolo è uno dei grandi «nemici» del cuore. 

Più che il valore totale, è la quota di colesterolo LDL a richiedere una maggiore attenzione. Depositandosi all’interno delle arterie, questo favorisce la comparsa di alterazioni che possono causare la formazione della “placca” aterosclerotica ed ostruire il flusso del sangue. 

Anche in Europa si è adottato il motto” the lower the best” Il colesterolo LDL più è basso e meglio è; ad oggi non esiste un limite inferiore. Tutto ciò giustifica un impegno diffuso a tutta la popolazione per tenere sotto controllo la frazione più pericolosa del colesterolo, tra le maggiori cause di insorgenza degli infarti e degli ictus. 

I Farmaci?

Agire esclusivamente sulla dieta, di fronte ai pazienti in prevenzione secondaria, ove spesso ci sono implicazioni di particolare “familiarità”, non è sufficiente. In questo caso, per abbassare i livelli di colesterolo LDL, sono necessari i farmaci. Il trattamento dell’ipercolesterolemia ha come paradigma l’uso delle statine, ma quando queste da sole non sono in grado di raggiungere i livelli “target” di LDL, oggi si può fare ricorso anche alla loro combinazione con un altro farmaco: l’ezetimibe. Questo principio, rispetto alle statine (che inibiscono la sintesi del colesterolo all’interno dell’organismo), impedisce l’assorbimento del colesterolo a livello intestinale. Per i pazienti refrattari a queste terapie o per cui è indicato un drastico calo dei livelli di colesterolo LDL, da pochissimo, c’è anche l’indicazione all’uso degli anticorpi monoclonali, prima impiegati soltanto per trattare i casi di ipercolesterolemia familiare. 

Entro il prossimo anno, invece, dovrebbe arrivare sul mercato un farmaco a base di acido bempedoico che ha finora mostrato un’efficacia comparabile a quella delle statine, ed in associazione con ezetimibe e statine, ha dimostrato di ridurre in maniera significativa il cosiddetto rischio residuo cardiovascolare (cioè quel rischio di contrarre patologie cardiache e circolatorie che pure rimane anche utilizzando i farmaci nelle loro applicazioni ottimali). Con l’utilizzo di acido bempedoico, ad oggi non sono noti importanti effetti collaterali.

Conclusioni

In sostanza possiamo affermare che gli integratori alimentari rappresentano un’alternativa terapeutica, relativamente efficace e ben tollerata, nel trattamento delle dislipidemie in pazienti a non elevato rischio cardiovascolare. Tuttavia, per molti di loro, mancano ancora dati certi sulla loro efficacia e sicurezza, causa la “giungla” che ancora governa il settore, quasi privo di regole, e che determina soprattutto una grossa confusione nella scelta del prodotto affidabile e nei dosaggi da utilizzare. Pertanto la soluzione più appropriata per una valida prevenzione  primaria cardiovascolare resta quella di un corretto stile di vita.

Claudio Giulio Catena

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