I nuovi farmaci antidiabetici sono una conquista per il cuore

Appena qualche anno addietro, il principale obiettivo dei farmaci antidiabetici era, in definitiva, quello di ridurre l’emoglobina glicata. Poi, a partire dal 2016, ossia dall'anno di pubblicazione dello studio STENO-2 - il cui obiettivo era quello di verificare come nei pazienti diabetici con danno d’organo, randomizzati ad un trattamento più aggressivo (in funzione della riduzione dell’emoglobina glicata) pur evidenziando una migliore sopravvivenza, non si verificava una riduzione degli eventi cardiovascolari, che restavano superiori al 30% a 10 anni- i parametri della ricerca clinica furono modificati.
Il successivo disegno degli studi clinici su quel target di pazienti, infatti, a partire dallo studio STENO-2 venne maggiormente perfezionato nella ricerca della riduzione degli eventi cardiovascolari (anche in relazione ad una precisa direttiva della Food and Drug Administration (FDA).

2015: una nuova classe di farmaci antidiabetici

Il 2015 fu l'anno in cui vennero messi in commercio gli inibitori del trasportatore sodio/glucosio tipo 2 (SGLT2) chiamati comunemente Gliflozine. Supportate da solidi studi clinici in cui il profilo di sicurezza cardiovascolare era valutato in conformità alla normativa varata dall’FDA, il loro accesso permise una maggiore competenza nelle conoscenze di questa categoria di farmaci, anche (forse soprattutto) nei confronti della sicurezza e dell’efficacia nei confronti degli eventi cardiovascolari.
In particolare la pubblicazione dello studio  EMPA-REG OUTCOME 1 pubblicato su NEJM nel 2015, che aveva arruolato pazienti con diabete mellito tipo 2 con elevato profilo di rischio cardiovascolare randomizzandoli a empagliflozin (10 o 25 mg) o terapia ipoglicemizzante standard, dimostrò una riduzione significativa degli outcome primari, (che erano un composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale e stroke non fatale) dimostrando una riduzione del 24% degli esiti, con netta separazione delle curve di sopravvivenza già dopo 6-12 settimane.
Nello specifico, un risultato sorprendente fu nello specifico il dato relativo alle riduzioni dei ricoveri per scompenso cardiaco nel gruppo trattato (-35%) e, per la prima volta, una riduzione della morte cardiovascolare (-38%) e per tutte le cause (-32%) in una popolazione diabetica ad alto rischio cardiovascolare. Successivamente a questo studio, anche altre molecole della stessa classe hanno mostrato significative riduzioni degli outcome cardiovascolari e renali.

Sebbene vi siano chiare evidenze in merito ai benefici clinici ottenuti, il meccanismo fisiopatologico alla base della loro efficacia è ancora poco definito.
Alcuni meccanismi favorevoli sono verosimilmente legati alla glicosuria e alla natriuresi che si osservano fin dalle prime fasi del loro utilizzo, e che comportano da un lato benefici emodinamici e dall’altro una riduzione dell’iperfiltrazione glomerulare e dell’attivazione del sistema renina-angiotensina-aldosterone. Le gliflozine, farmaci nati come anti-diabetici, rappresentano attualmente la più importante innovazione terapeutica dello scompenso cardiaco, in grado di ridurre mortalità e ricoveri anche nei pazienti non diabetici.

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