iBlastoide – Cos’è e quali vantaggi ha per la ricerca medica

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È un modello cellulare che imita il modo in cui le cellule si dividono e si sviluppano i primi embrioni.

Prof. Jose Polo ©Monash University

L’iBlastoide è nato nel 2019, quando alcuni scienziati, guidati dal professor Jose Polo della Monash University (una delle più grandi università australiane, con sede a Melbourne), studiava come le cellule staminali pluripotenti indotte potessero essere riprogrammate in qualsiasi altra cellula umana.

È il più accurato modello tridimensionale di una blastocisti, la struttura cellulare che diventa un embrione umano precoce.

Non si tratta quindi di un embrione nel vero senso della parola, quindi dall’iBlastoide, che proviene dalle cellule della pelle, non si possono creare esseri umani.

Come ha scritto il professor Polo “I blastoidi ci consentono di studiare solo le primissime fasi dello sviluppo umano in laboratorio, quindi non possiamo creare un essere umano in laboratorio”.

L’iBlastoide è inoltre diverso dalla clonazione, poiché non usa un uovo.

Qual è lo scopo della ricerca sull’iBlastoide?

“Spero che l’iBlastoide fornirà un ottimo strumento per studiare i problemi senza dover manipolare embrioni reali. Possiamo anche capire le cause alla base di molte malattie congenite”, ha detto il Professor Jose Polo.

Fotografie dei blastoidi (via Monash University)

Questo modello permette infatti di esaminare meglio l’infertilità e le malattie congenite, scoprendo come gli embrioni precoci si sviluppano e si impiantano nell’utero, e di trovare trattamenti medici adatti per risolvere problemi come le anomalie dello sviluppo, le malattie genetiche e l’aborto spontaneo.

Come funziona l’iBlastoide?

L’embrione si sviluppa in seguito a un uovo fecondato dallo sperma: da qui nasce un processo di divisioni cellulari che, dopo 5 o 6 giorni, porta alla formazione di una sfera composta da 32 a 128 cellule.

Questa struttura prende il nome di blastocisti e presenta uno strato esterno di cellule, che formerà la placenta, e uno interno che diventerà un embrione.

Il percorso dell’iBlastoide è invece differente, poiché non coinvolge né uovo né sperma. Grazie a una tecnologia rivoluzionaria ideata da Shinya Yamanaka, professore dell’Università di Kyoto, che gli valse nel 2012 il Premio Nobel, le cellule di altre parti del corpo, come quelle della pelle, sono riconvertite in una cellula precursore.

Queste cellule prendono il nome di cellule staminali pluripotenti indotte e possono essere dirette a svilupparsi in molteplici tipi di cellule differenti.

I vantaggi dell’iBlastoide nella ricerca medica

Le blastocisti umane, che contengono meno di 100 cellule, sono raramente disponibili per la ricerca, quindi non permettono di effettuare studi in tal senso.

Con iBlastoide gli scienziati hanno a disposizione un gran numero di strutture geneticamente simili e che possono essere generate per lo studio del primo sviluppo umano.

Un iBlastoide, infatti, permette di produrre potenzialmente molte centinaia o migliaia di cellule e questo consente di effettuare test su larga scala.

Limiti etici all’iBlastoide

Questa ricerca è stata approvata dal Comitato etico per la ricerca umana della Monash University (Monash University Human Research Ethics Committee, MUHREC), una serie di codici di buone prassi e standard nazionali sulla ricerca che coinvolge esseri umani e in base anche alla legge australiana e alle linee guida internazionali.

In particolar modo si fa riferimento alla cosiddetta “Regola dei 14 giorni”: le blastocisti umane non possono essere coltivate oltre lo sviluppo della striscia primitiva, una struttura che si forma nella blastula durante le prime fasi dello sviluppo embrionale in mammiferi, rettili e uccelli.

Conclusione

Il prof. Polo sostiene che gli iBlastoidi permetteranno agli scienziati di studiare i primissimi passi nello sviluppo umano e alcune delle cause di infertilità, malattie congenite e l’impatto di tossine e virus sugli embrioni precoci e questo senza utilizzare le blastocisti come in passato, che erano difficili da ottenere e provenivano da procedure di fecondazione in vitro.

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