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La Comunicazione in Medicina

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Parte III: Aspetti Psicologici della relazione Medico-Paziente

non sarebbe possibile sapere la medicina per
chi non sa che cosa è l’uomo; ma è questo che
deve comprendere chi dovrà correttamente
curare gli uomini …se si mancherà la comprensione
dell’uomo comune e non si metteranno gli interlocutori
in una tale disposizione, è la realtà che si mancherà

 Ippocrate

Riassunto

In questa terza parte dell’articolo affrontiamo i diversi aspetti psicologici della comunicazione con il paziente che influenzano il suo rapporto con il medico. Le parole usate nel parlare con il paziente e la storia che racconta, la capacità di ascolto da parte del medico, gli atteggiamenti e la capacità di creare empatia devono essere considerate con attenzione nel rapporto medico-paziente per l’influenza che hanno sulla stessa. Soprattutto, il curare (medicalmente) il paziente ed il prendersi cura (psicologicamente) del paziente, assumendosi la responsabilità del suo percorso, sono enfatizzati viste le implicazioni che questo comportamento ha nella gestione del paziente con la sua malattia. Bisogna essere un medico per fare bene il medico senza dimenticare che il paziente con la sua malattia è l’obiettivo finale della professione medica.

Parola ed Equilibrio

Della relazione Medico – Paziente e della comunicazione in Medicina il primo a parlarne fu Imhotep, medico ed architetto di Djoser, faraone della III dinastia, che, nella sua impostazione del “sistema sanitario”, primo dell’antichità, attribuisce alla conoscenza del paziente e della sua malattia, alla raccolta delle informazioni necessarie alla diagnosi ed alla formazione dei medici, con il racconto e l’esperienza diretta sul malato, un ruolo fondamentale nell’esercizio della professione medica. 

Chi, però definisce in maniera articolata il processo relazionale e comunicativo è Ippocrate molto più tardi. Le sue indicazioni brillano per acutezza, soprattutto se si pensa alla loro sempre attuale validità.  

…il medico deve studiare i costumi, il regime, il modo di vita, l’età di ognuno; i discorsi, i silenzi, i pensieri, il  sonno, l’insonnia, i sogni – come e  quando – i gesti involontari – strapparsi i capelli, grattarsi, piangere…perché, il più grande errore che si  commette oggi è separare la psiche dal soma… (1). 

La Medicina di Ippocrate (antica ma non superata nei principi-cardine) lega assieme corpo e anima, soma e psiche, mediante un approccio olistico (somatopsichico e psicosomatico) che permette il “movimento” fra i due poli del continuum. Di conseguenza la capacità comunicativa costituisce per lui un elemento imprescindibile: il medico deve “saper leggere” (intelligenza diagnostica), “saper curare” (arte del togliere la malattia) e “saper comunicare” (capacità di comunicare), trasmettere, cioè, le relative informazioni a tutti i destinatari. Nelle indicazioni ippocratiche si riscontra l’interesse per l’uomo e l’importanza della sua conoscenza (…se c’è amore per l’uomo ci sarà anche amore per la scienza…), l’attenzione per la corretta asimmetricità e la corretta simmetricità nella comunicazione fra medico e paziente, fra docente e discente, fra gli esperti e i profani (2-4). 

Più recentemente Sigmund Freud rivoluziona la comunicazione con la strutturazione di questa all’interno della sua psicologia e psicoanalisi (5). Tutto il suo impianto teorico-empirico-clinico si regge sulla “Parola”, su questo strumento comunicativo applicato alla Relazione Terapeutica, in particolare alla ricerca di quell’oggetto misterioso e sfuggente chiamato Inconscio. 

“Nel trattamento analitico non si procede a nient’altro che a uno scambio di parole tra l’analizzato e il medico. Il paziente parla, racconta di esperienze passate e di impressioni presenti, si lamenta, ammette i propri desideri e impulsi emotivi. Il medico ascolta, cerca di dare un indirizzo ai processi di pensiero del paziente, lo esorta, sospinge la sua attenzione verso determinate direzioni, gli fornisce alcuni schiarimenti e osserva le reazioni di comprensione o di rifiuto che in tal modo suscita nel malato…. Originariamente le parole erano magie e, ancor oggi, la parola ha conservato molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice l’altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli allievi, con le parole l’oratore trascina con sé l’uditorio e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo comune con il quale gli uomini si influenzano tra loro..” (6)

Le parole ed il racconto del paziente al medico si ritrovano in Ippocrate e Freud come elementi comuni ed affini e sono di fondamentale importanza per capire il paziente stesso attraverso la sua storia e l’analisi dei suoi disturbi. 

L’equilibrio (qualità psicologica) sembrerebbe essere il cuore della Medicina (l’equilibrio tra gli elementi di antica memoria), pur con tutti i concreti problemi che ogni giorno si presentano: non solo nel “fare” ma anche nel “dire”. Ad esempio, di fronte ad un grave problema (grave, ma curabile e guaribile), come gestire la seguente informazione?: “Lei, signora, ha un nodulo al seno”. Dal ventaglio delle possibili espressioni comunicative è meglio scegliere la fredda oggettività oppure scegliere una tiepida sminuizione del problema ammorbidendo la diagnosi e rassicurando la paziente? E ad esempio, di fronte ad un grave problema (insolubile, inguaribile, incurabile), in quale misura ricorrere al seguente messaggio?: “Vedrà che ce la farà!”. Come e quando spingere il paziente a reagire, mediante un incoraggiamento, chiaramente soggettivo, con una falsità espressa a fin di bene? Bisogna privilegiare il problema o la relazione?, cioè la realtà clinica (oggettiva) oppure l’interazione medico-paziente (soggettiva) e il punto di vista emozionale, quindi la personalità del paziente (e del suo medico curante)? Oppure bisogna cercare – nei limiti di un possibile da determinarsi di volta in volta con attenzione – di armonizzare le due prospettive? 

Ovviamente quest’ultima sarebbe la cosa migliore da farsi…ma fra certezze e dubbi il medico si muove… e lo fa in un mare irto di relatività. E quel che sa e quel che sa fare sono soggetti alle decisioni, che in un modo o nell’altro vanno prese, ma pur sempre con fermezza e determinazione.

Ascolto

Probabilmente il momento clou del lavoro di aiuto in campo medico (ma anche in altri settori professionali e di vita) è la raccolta delle informazioni: se si commettono errori (soprattutto sotto forma di mancanze) in questa fase di input, assai forte è il rischio di “portarseli dietro” inficiando tutto quanto viene dopo. Questa fase iniziale richiede pertanto molta attenzione, anche per non compromettere l’azione di output. In particolare, per una corretta anamnesi in campo medico-organico occorre una efficace “pratica dell’ascolto”, che consiste nell’assumere, nell’ottica della psicologia e quindi della relazionalità, un atteggiamento “passivo” (che in realtà passivo non è, trattandosi di una particolare forma di “intervento”).

Le formulazioni della veritiera diagnosi e della efficace terapia dipendono strettamente dal “quanto” e dal “come” si è saputo ricavare nella comunicazione con il paziente (o con il candidato paziente), sin dal primo colloquio, che a volte è anche l’unico. Umiltà e rispetto, da parte del medico, per chi “gli sta di fronte” sono i pilastri etico-emozionali che, unitamente alla competenza e all’esperienza, ben indirizzano tale “passività”, indispensabile e la cui importanza diverrà sempre più chiara proprio con il passare del tempo, degli anni di lavoro accumulati e della sensibilità via via affinata, ma che deve essere già presente sin dall’inizio della “carriera”. Sentire: con l’orecchio e con il cuore. Il “sentire” e il “sentimento”. Auscultare e ascoltare. Quanta ricchezza nella relazione fra Medicina e Psicologia, tra psiche e corpo, che si esprime attraverso l’armonica funzione dell’essere e del fare del soggetto/paziente. Una correlazione stretta e dinamica tra sistema neuro-ormonale e psico-comportamentale che si influenzano a vicenda e rimangono armonici in condizioni fisiologiche ma diventano disarmonici in condizioni di disequilibrio da fattori disturbanti (7-9) sia a livello individuale sia nella relazione Medico – Paziente, dove l’attenzione verso quest’ultimo, che si esprime anche con l’ascolto, è un fattore estremamente importante e facilitante la relazione stessa.  

E’ la base del processo diagnostico (non dissimile dalla sua originaria enunciazione) (10), che inizia con la fase del racconto da parte del paziente (anamnesi) (l’ascolto e l’attenzione manifestata dal medico sono determinanti) e prosegue con il rilevamento dei segni oggettivi da parte del medico (esame obiettivo), inclusi l’osservazione clinica ed i dati strumentali. In questo processo vanno tenuti presenti e sono di fondamentale importanza sia il riferimento dei disturbi soggettivi da parte del paziente, il quale ha già in testa un orientamento diagnostico anche se non se ne rende conto, sia l’orientamento del medico influenzato dal racconto del paziente e dai dati oggettivi che egli rileva. E’ un processo che si fonda sulle parole ed il modo di pronunciarle ma anche sulla capacità di ascolto da parte del medico e sul suo modo di comunicare (11). Possiamo dire, infine, che la diagnosi è il risultato di un compromesso tra quello che propone il paziente con l’elencazione dei suoi disturbi e quello che il medico rileva clinicamente e con gli esami strumentali (condizione che spesso sta alla base della soddisfazione del paziente).

Motivazioni ed Attitudini

Ai fini di una corretta comunicazione con il paziente un elevato rendimento viene giocato dal tipo di motivazionedel medico, motivazione che, a sua volta, si intreccia con il “Chi sono io” più profondo e autentico del medico stesso. È importante capire sia l’identificazione con il proprio ruolo sia la ben più forte identificazione con la propria funzione (e persino “missione”): la motivazione “fredda” garantisce il lavoro operativo-comunicativo svolto in termini tecnico-professionali; la motivazione “calda” garantisce un netto surplus determinato da profonde implicazioni emozionali, addirittura affettive, correlate alla struttura della personalità e soprattutto del carattere (inteso quale “nucleo” originale – primi anni di vita e di costruzione del Sé – dei vari cerchi concentrici della personalità, acquisiti con il passare del tempo).

È evidente che la motivazione risulta strettamente intrecciata con le attitudini, le quali fanno parte, profondamente, di come “si è fatti”, di quale “materia” sia composto il nostro “essere”. Non a caso certe parole convergono già linguisticamente ed etimologicamente: “attitudine/aptitude”, “atteggiamento/attitude”.

 La precocità/spontaneità delle attitudini (capacità nel fare) e la precocità/spontaneità di numerosi atteggiamenti (modi di porsi) si fondano proprio sul piacere/soddisfazione di “essere così e non cosà”. 

Più si è coinvolti, intimamente (quasi da sempre, quale “vocazione”), e più si è comunicativi, più si è efficaci nel risultato diagnostico-terapeutico. Ovviamente, a patto di non venire travolto, il medico, dal “furor curandi” tipico di certi giovani, entusiasti sì ma inesperti e quindi “fuori misura”: da qui la necessità di una almeno minimale preparazione psicologica fatta su di sé, condensabile in “Più ti conosci, più comprendi le tue autentiche motivazioni e attitudini; meglio puoi comunicare con il paziente e meglio lo puoi aiutare”. 

Empatia

Di fondamentale importanza risulta la cosiddetta “capacità empatica e di identificazione con l’Altro”.  L’Io incontra il Tu: cosa tutt’altro che facile nella vita quotidiana e ancor meno nella banalità del “lavoro quale dovere”. Cosa addirittura fragile e aleatoria nella delicatezza che caratterizza la “relazione di aiuto”: una relazione umana e interpersonale (“uno con uno”), una azione altamente intrisa di soggettività nonostante l’indispensabile “freddezza clinica”, che peraltro non può escludere il “nobile lavoro” della ars curandi (se bene svolta, una autentica “help profession”, che è, per forza di cose, “coinvolgente”). Uscire dalla propria identità (senza peraltro perderla) per “entrare” nell’identità altrui.

Attivando l’empatia – operazione non sempre agevole se si intende questa emozione in modo autentico e sincero – avviene una “proiezione” di sé nell’altro. Si immagina di essere nell’Altro, si immagina di “indossarne i suoi panni”. Ma questa sorta di identificazione proiettiva esiste non per possederlo/padroneggiarlo, bensì per capirlo, per instaurare livelli comunicativi extra-ordinari, per lo più subliminali, cioè posti su livelli di consapevolezza inferiori allo stato della consueta vigilanza (quotidiana o specialistico-professionale che sia). Ben si comprende, allora, quanto utile possa essere la conoscenza della pluralità degli stati e strati psico-relazionali. Così come ben si intuisce la significatività della “cornice di fondo” con taglio psicoanalitico nella quale ogni “páthos condiviso” si trova inserito.

Si avverte la sempre più decisiva necessità di una conoscenza minimale della personalità del paziente e del suo stile comunicativo: livello di istruzione, conoscenza delle parole (quotidiane e tecniche), capacità di “assorbire” ed elaborare le informazioni cliniche, e sopra ogni cosa la consapevolezza dei benefici/rischi connessi ai vissuti transferali (quelli del paziente) e ai vissuti controtransferali (quelli del medico). Entrambi i tipi di Erlebnis(definita come esperienza vissuta, aspetto personale, unitario per cui i contenuti della coscienza non sono recepiti in modo passivo ma colti in modo vivo, in senso retrospettivo e proiettivo, nel fluire della coscienza stessa, tutto ciò che è vita del singolo individuo) (12) vedono attivarsi coinvolgimenti proiettivi (per lo più inconsci e quindi difficili da gestire), ad esempio del tipo “…in questo medico ripongo il mio disperato bisogno di sostegno, che nella mia vita non ho mai avuto, tanto meno da mio padre” nonché, sull’altro versante, “…in questa paziente rivedo mia madre e tutti i suoi difetti; ciò influenza il mio agire su questa persona che chiede il mio aiuto, quello tecnico e quello umano”.

Oltre tutto, a complicare le cose (ma anche ad arricchirle) c’è un ulteriore fatto innegabile. Non esiste un paziente eguale ad un altro; non esiste un individuo eguale ad un altro. Relatività e soggettività, pertanto. Da cui complessità comunicativa e necessità – per i medici (essi stessi tutti differenti l’uno dagli altri) – di essere flessibili (al di là delle evidenti leggi scientifiche, sostanzialmente eguali per tutti). Flessibilità relazionale e comunicativa e identitaria: “Io sono io, ma l’Altro è diverso da me, nonché questo Altro è Altri e tanti altri”, per cui “Io devo essere altro da me stesso e lo devo essere anche al plurale”. Tanti individui, tante persone, tante personalità.

Medice, cura te ipsum” (13): il famoso detto di Gesù raccontato da Luca (14), usato per stimolare il medico a non dimenticare la propria salute, vale anche nell’interpretazione secondo la quale occorre “guardarsi dentro”, cioè non solo fisiologicamente ma anche psicologicamente, andando a rintracciare i frammenti (o addirittura le montagne) della propria capacità relazionale e comunicativa: relazionarsi con sé stessi, comunicare con sé stessi. Per poi andare oltre, verso l’Altro-da-Sé.

Empatia, passione, páthos sono parole forti che grondano significati esistenziali, dove la tecnica viene non sminuita bensì esaltata dallo slancio etico. Capire l’altrui passione (positiva o negativa che sia). “Com-prendere” (prendere assieme) l’altrui passione malata, facendola “propria” (cum grano salis!) e portando “dentro” di sé l’altrui sofferenza (peraltro senza farsene travolgere). Il duplice virgolettato (“propria”, “dentro”) sta a significare una operazione metaforico-simbolica, non “reale” ma “simile al reale”, non materiale ma psichica, condotta tecnicamente simulando il páthos esterno nel proprio “Mondo Interno”, andando a “sfiorare” (senza “ustionarsi”) il Male dell’Altro (15).

Pertanto, senza che il medico diventi necessariamente uno psicologo o addirittura uno psicoanalista, una certa quota di empatia risulta metodologicamente necessaria, anche laddove prevalgono i corpi e le cellule. In una certa misura il medico e il paziente devono parlare la stessa “lingua”, e in ciò il medico è sicuramente più preparato (o portato a) rispetto al paziente. Nell’ambito di una relazione clinica di tipo medico l’empatia ha un ruolo importante: risulta utile, richiamando una (più o meno intensa) sintonia emozionale (e persino affettiva, nel senso di “affezione/sentimento/sentire”).

Nel far fronte (coping) ai problemi del paziente il medico deve/dovrebbe fare ricorso a due direttrici di lavoro: 

a) quella strettamente oggettiva e tecnica dell’azione di cura a beneficio dell’organismo vivente affetto da malattia, senza dimenticare che non si cura la malattia ma si cura la persona con la sua malattia, dove la malattia all’interno della persona assume connotati specifici (in termini di informazioni, di gestione e di evoluzione) e la lotta ad essa va intrapresa e portata avanti salvaguardando il suo “portatore”; 

b) quella strettamente soggettiva e relazionale dell’azione inter-umana, caratterizzata dal “saper accogliere” e dal “saper gestire” il malato, con uno stile che vede emergere in primo piano la comunicazione. 

Prendersi cura

Semplificando, in modo grossolano ma significativo, si potrebbe dire: curare con la fisica, la chimica, la biologia e strumenti affini; prendersi cura con la psicologia, la sociologia e strumenti affini, ma anche prendersi la responsabilità del percorso del paziente. Ritorna alla mente I care (prendersi cura, prendersi carico….dell’altro, scritto sulla scuola di Barbiana) di Don Milani memoria (16), condizione che richiede la capacità relazionale e l’attivazione dell’attenzione ed interesse per l’altro, per i suoi problemi, i suoi comportamenti, le sue emozioni ed i suoi sentimenti; presupposti necessari per sviluppare una relazione di aiuto, in cui uno cerca di facilitare l’altro nella soluzione dei problemi valorizzando le risorse personali e favorendo lo sviluppo di una maggiore possibilità di espressione (15).

Nel fornire da un lato “aiuto materiale” (operando sul soma) e dall’altro lato “aiuto immateriale” (operando sulla psiche), si potrebbe metaforicamente dire che “il bisturi va maneggiato con l’anima”. A volte quest’ultima risulta addirittura decisiva nel conseguimento del risultato: pertanto il binomio “efficienza + efficacia” viene garantito da un output imbevuto di soggettività.

Nello specifico relazionale e comunicativo, il medico che sappia essere consapevole della propria “forza interiore” risulta determinato e convincente. Il suo atteggiamento/comportamento “positivo e propositivo” è in grado di rafforzare l’Io del paziente, portando/accompagnando quest’ultimo ad affrontare i problemi della malattia (e le prove della vita…) con una maggiore capacità di resilienza.      La situazione nella quale il paziente si trova impigliato andrebbe declinata nel continuum “malattia-malessere-disagio”: quindi con un ventaglio di lettura più ampio di quello tradizionale, riuscendo così a far lavorare il paziente con un aiuto supplementare, il quale favorirebbe la presa di coscienza che se esiste un problema allora esiste (possibilmente e probabilmente) anche la sua soluzione.

Far diventare il paziente protagonista della propria condizione patologica (e relativa via di uscita). Nei limiti consentiti dalle contingenti e specifiche situazioni, questa è una strada percorribile, che al tempo stesso “informa e forma” il paziente: una quota di “self help” si affianca al “technical and professional help” e di tale arricchimento del proprio utente il medico dovrebbe farsi responsabile, per l’appunto comunicando attivamente e correttamente in tema di aiuto.

Considerazioni finali

È evidente, quindi, che comunicare con il paziente in maniera efficace significa mettere questi nelle condizioni migliori possibili di attenzione e disponibilità recettiva, possibile solo se il medico ha adeguata conoscenza della persona e del suo profilo psico-comportamentale (7-9, 11, 17); ma significa anche usare modi e modalità comunicative adeguate, trasmettere sicurezza e responsabilità, manifestare la disponibilità a prendersi carico del percorso diagnostico e terapeutico del paziente, usare un linguaggio comprensibile ed adatto per una spiegazione efficace, trasmettere quanto si è in grado di rispondere alle aspettative e soddisfare i bisogni, evitare per quanto possibile i fattori disturbanti e favorendo la partecipazione del paziente nella scelta dei percorsi da seguire e delle decisioni da prendere (17). 

E’ innegabile che il contributo della Psicologia alla comunicazione in Medicina ed alla relazione medico-paziente sia di fondamentale importanza.

L’empatia (ovvero il “mettersi nei panni di”) costituisce una importante skill nel bagaglio scientifico, professionale e deontologico del medico. Sul piano della consapevolezza il medico dovrebbe sapere che la comunicazione può essere o deve essere, di volta in volta e momento per momento, esplicita oppure implicita, conscia oppure inconscia, fatta di osservazione oppure insight: il che richiede tanta sensibilità, tanta “umanità”. Sul piano del significato, il medico dovrebbe sempre sincerarsi della corretta interpretazione (Deutung) data dal paziente alle informazioni sanitarie fornite dal medico stesso. Purtroppo, esistono tempi sempre più stretti per una adeguata indagine “personologica”, utile per accompagnare la relazione-comunicazione medica in campo clinico.

Tuttavia, nonostante la fretta e difficoltà varie, esiste una differenza tra “fare il medico” (superficiale e routinario comportamento) ed “essere medico” (sentirsi e viversi tale in modo profondo, affiancando all’azione tecnica gli ottimali vissuti/Erlebnisse). E allora, quale identità per il medico? Sicuramente quella che richiede un adeguato co-involgimento (etimologicamente: voltarsi assieme), una feconda immersione (18, 19) nella concreta (irripetibile?) esperienza del concreto (irripetibile?) paziente. ….occorre dunque che chi vuol acquistare una profonda padronanza della medicina disponga di ciò: propensione naturale; cultura; luogo favorevole; istruzione fin dall’infanzia; operosità; tempo…(20).

Il Medico dovrà essere capace nella pratica clinica di coniugare conoscenze organizzate (scienza), applicazione delle conoscenze alla cura (arte), presa in carico del percorso del paziente (management) e uso appropriato della tecnologia comunicandone i contenuti in modo adeguato, corretto ed utile ai fini del miglioramento individuale e collettivo (11). Nella prima edizione del suo testo Principles of Internal Medicine, Harrison scriveva nella introduzione… Nessuna opportunità, responsabilità o obbligo più grande può ricadere sulla sorte di un essere umano che diventare un medico. Nella cura della sofferenza ha bisogno di abilità tecniche, conoscenze scientifiche e comprensione umana. Chi li usa con coraggio, umiltà e saggezza fornirà un servizio unico ai suoi simili e fortificherà il suo carattere. Il medico non dovrebbe chiedere al suo destino niente di più; dovrebbe accontentarsi di niente di meno (21). Ma soprattutto deve avere capacità empatiche e comunicative per poter entrare in sintonia con il mondo del paziente e della sua malattia. Il Medico diventa, quindi, sorgente di conoscenza in campo medico e rappresenta il punto di riferimento non solo per i pazienti ed i parenti ma anche per la comunità (grosso pubblico, aziende, istituzioni, colleghi ed altri operatori sanitari). Sintonia, sorgente di conoscenza, punto di riferimento: tutte queste voci confluiscono nell’evidenziare efficacia ed effetti di una reale capacità informativa.

E’ evidente che l’identità di essere medico si differenzia dal fare il medico inteso come esercizio della professione, ma se abbinati nella maniera corretta allora l’identità diventa unica e cioè per fare bene il medico (esercitare la professione con responsabilità, dignità, competenza, disponibilità, rispetto) bisogna essere medico (sentire e vivere la professione con passione, interesse, curiosità, ricerca, conoscenza e grande voglia di imparare per restituire al paziente che è e rimane l’obiettivo finale).

Parafrasando William James Mayo, fondatore della Mayo Clinic con il padre William Worrall ed il fratello Charles Horace, famosa in tutto il mondo, il fine ultimo della Medicina è quello di prevenire le malattie e prolungare la vita, ma anche di assistere e curare gli ammalati ed alleviare le loro sofferenze. La comunicazione in Medicina viaggia in maniera indispensabile lungo questo percorso senza assolutamente dimenticare che, come diceva William James Mayo stesso, “il migliore interesse del paziente è il solo interesse da considerare” (22).

Giuseppe Gullace (*)
Luciano Peirone (**)

(*) Consulente Cardiologo, Multimedica di Limbiate (MB). Già Direttore del Dipartimento Cardiovascolare, del Dipartimento Coordinamento delle Attività Specialistiche Territoriali e della Cardiologia Riabilitativa dell’Azienda Ospedaliera della Provincia di Lecco; già Professore a contratto di Cardiologia, Università di Firenze.

(**) Psicoterapeuta. Già Professore a contratto di Psicologia Clinica e della Salute-Benessere all’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e all’Università di Brescia.

Bibliografia

  1. Ippocrate:  Epidemie 1, 11 e 23 (trad. M. Vegetti)
  2. Hippocrates of Cos. The Oath. Loeb Classic Library 1923; 147:298-9. DOI: 10.4159/DLCL.hippocrates_cos-oath.1923. Retrieved 6 oct 2015 
  3. Hippocrates D (1923) In: Jones WHS, translator. Hippocrates. Volume II. Cambridge, MA: Harvard University Press, 1923: 297, 293, 295.)
  4. Ippocrate – Sull’arte, in Opere, p. 46
  5. Rycroft Ch. (1968). Dizionario critico di psicoanalisi. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1970.
  6. Freud S: Introduzione alla psicoanalisi 1915-1917. Opere vol 8. Bollati Boringhieri
  7. Gullace G: Behavioral cardiovascular risk factors: changing perspective to approach the problem Journal Cardiol & Cardiovasc Ther. 2016; 2(1): 1-5.  DOI: 10.19080/JOCCT.2016.02.555577
  8. Gullace G, De Prospero M: Stress e fattori di rischio cardiovascolare comportamentali. SISMED.Cuore 19/2/2021. https://www.sismed-it.com/stress-e-fattori-di-rischio-cardiovascolare-comportamentali/
  9. Gullace G, Salmaggi A, De Prospero M, Catena G: “Stress Dresses Woman: Sex and  Gender Differences”. EC Neurology 12.11 (2020): 01-14. DOI:10.31080/ecne.2020.12.00795
  10. Ippocrate – Epidemie VI, 3, 12
  11. Gullace G, Catena G, Caretta Q, Dodic S. Hippocrates’ Dream. What has Hippocratic Revolution Left in Modern Medicine. J Cardiol & Cardiovasc Ther. 2019; 13(2): 1-14. DOI:10.19080/JOCCT.2019.13.555857
  12. Enciclopedia on line Treccani. https://www.treccani.it/enciclopedia/erlebnis/
  13. Vocabolario  on line Treccani. https://www.treccani.it/vocabolario/cura-te-ipsum-medice/
  14. Vangelo secondo Luca (4, 23)
  15. Rogers, C. R. (2000) La terapia centrata sul cliente, Firenze, Psycho, ISBN 978-88-09-75005-0
  16. Don Milani Lorenzo e Don Bruno Borghi: I Care. Lettera ai Giudici. Introduzione 1965.  https://www.barbiana.it/opere_i_care.html
  17. Gullace G, Khalaf H: Preclinical diagnosis and risk assessment of atherosclerosis – At birth? At event? When is best?. European Cardiology , 2011;7(3):162–4
  18. Turabian JL. (2019). Psychology of doctor-patient relationship in general medicine. Archives of Community Medicine and Public Health 5(2): 062-068.
  19. Matusitz J, Spear J (2014). Effective doctor-patient communication: an updated examination. Soc Work Public Health 29: 252-266.
  20. Ippocrate: Legge (trad. M. Vegetti)
  21. Harrison TR: Introduction, In Principles of Internal Medicine, First edition, The Bleckiston Company, Philadelphia, 1950, pag 1
  22. William James Mayo: Commencement address speech at Rush Medical College in Chicago. 1910. 

Corripondenza: Giuseppe Gullace, Via San Leonardo 11, 23864 Malgrate (Lecco), Italy. E-mail: ggullace47@gmail.com Versione Italiana da: Giuseppe Gullace and Luciano Peirone.
“Communication in Medicine: Part III: Psychological Aspects of the Doctor-Patient Relationship”. EC Cardiology 8.7 (2021): 33-39.

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