Lettera Aperta: impatto del Coronavirus nel “sistema” sanità/salute

Roma  20/04/2020

Al Ministro della Salute
On. Roberto Speranza

Ai Presidenti di tutte le Regioni

Al Presidente della FNOMCEO
Dott. Filippo Anelli

Ai Presidenti Federali degli Ordini dei Medici Regionali

Solo oggi, a distanza di alcune settimane dalla prima diagnosi di COVID 19 in Italia, sento di esprimere le mie valutazioni circa l’impatto di questa pandemia sul nostro Sistema Sanitario.

Non è possibile, nel sistema comunicativo attuale, sempre connesso ed interconnesso, poter parlare di sfortuna di fronte ad un’emergenza di queste proporzioni. Probabilmente l’unica “sfortuna” è stata quella di non avere (nel nostro Bel Paese) una classe dirigente all’altezza della situazione. Anche dopo l’esperienza della SARS, non è stato mai predisposto un piano strutturato anti-pandemia (come peraltro indicato dalle autorità sanitari internazionali). Sono anni che l’OMS comunica che praticamente tutte le malattie emergenti nel Mondo globalizzato sono e (verosimilmente) saranno di natura infettiva e che il 75% di esse è di natura zoonotica. Siamo dunque arrivati impreparati a questo evento, anche dopo che c’erano stati già importanti elementi premonitori e di allarme.

La prima decisiva defaillance del nostro apparato si è evidenziata quando il sistema di sorveglianza nel territorio (i dipartimenti d’igiene e prevenzione, depauperati di mezzi e personale) non si sono dimostrati in grado di intercettare i segnali della presenza del virus, che verosimilmente “vagava” indisturbato in Lombardia (e non solo) da qualche settimana. C’è voluta l’intraprendenza di un singolo operatore sanitario, che si è dovuto assumere la responsabilità di effettuare il tampone al cosiddetto paziente #1, anche a rischio di dover pagare di persona (in caso di esito negativo) il danno erariale.

Vorrei proprio partire dalla situazione paradossale appena descritta, per condividere le domande che a mio avviso è lecito porsi ed i dubbi che questa pandemia ha portato in primo piano in maniera drammatica, in molti casi purtroppo a costo della vita di migliaia di pazienti ed operatori sanitari.

È lecito affermare, viste le conseguenze catastrofiche, che abbiamo assistito all’8 Settembre (potrei parlare di una Caporetto, ma ritengo più calzante parlare di 8 Settembre e poi vedremo perché) del nostro sistema sanitario nazionale? Possiamo affermare che con lo sfaldamento dei riferimenti istituzionali è venuta alla luce, in tutta la sua enormità, l’inadeguatezza di chi aveva il compito di gestire il bene più prezioso di noi cittadini, la salute? Ovviamente non voglio gettare la croce addosso ai super-lottizzati amministratori delle nostre ASL, ma parlo anche degli organi regolatori nazionali ed internazionali e dei cosiddetti super esperti dei talk show televisivi, che da veri personaggi dello show-business (più che della medicina) si sono esibiti in più occasioni in mirabolanti “passi doppi” e “capriole” nell’affermare verità incontestabili (data la loro presunta autorevolezza) salvo invece contraddire palesemente loro stessi, solo qualche giorno dopo (con invidiabile faccia tosta)… Inutile venire poi a dire che all’epoca non c’erano conoscenze sufficienti, in tal caso, sarebbe stato meglio tacere.

Vediamo in maggiore dettaglio tutti gli attori di questa sciagurata farsa ambientata sui resti di quello che, se riusciremo a trarre insegnamento da tutto ciò, potremo ancora considerare “uno dei migliori sistemi sanitari del mondo”… Di seguito ho cercato di analizzare quali sono stati i punti critici e cosa non ha funzionato ponendomi delle domande, al pari di un comune cittadino, che di fronte a questa catastrofe ha bisogno oltre che il diritto di sapere. Non va dimenticato che in casi di emergenza pandemica, poiché è a rischio l’intera nazione, tutto dovrebbe essere avocato al governo centrale, dalla linea di comando -che deve essere unica- alla comunicazione, che deve essere unica ed univoca, per arrivare alla produzione ed allo stoccaggio il più precocemente possibile di tutto ciò che serve, risorse umane e materiali, da mettere in campo per combattere la pandemia.

  1. Organizzazione Mondiale della Sanità: al netto di possibili ritardi nelle comunicazioni provenienti dalla Cina, come mai l’OMS, pur avendo avuto proprio l’esempio cinese, non è stata in grado di gestire la comunicazione e dare linee guida specifiche, creando invece non poco disorientamento e confusione circa il ruolo preventivo e l’utilizzo delle mascherine, ingenerando dubbi e facendo crescere le incertezze (e forse anche i contagi) circa il tipo, i modi ed i tempi del loro impiego, affermando e contraddicendo sé stessa in un tragico carosello?
    Devo ammettere che se ambiguità c’è stata, nell’ambiguità ha dimostrato una certa coerenza, basti leggere le affermazioni circa l’utilizzo dei tamponi, la cui utilità variava a seconda che il giorno fosse pari o dispari.
  2. Istituto Superiore di Sanità: in un Paese come il nostro, non è forse paradossale che i rappresentanti di questa Istituzione non avessero le idee molto chiare circa la pericolosità del virus, né sulle vie di contagio e tantomeno sulla eventuale contagiosità dei soggetti asintomatici con tampone positivo? Non sarebbe stato meglio che rappresentanti istituzionali avessero parlato solo attraverso atti ufficiali e molto meno attraverso i talk show televisivi? Apparizioni televisive, peraltro, spesso funestate da affermazioni del tutto infondate come quella espressa dall’assessore lombardo al welfare ed alla salute, che nel corso della trasmissione televisiva “Carta Bianca” ha affermato che gli asintomatici positivi al tampone, non erano da considerarsi contagiosi (riprendendo, va detto, precedenti dichiarazioni di esponenti dell’Istituto Superiore di Sanità).
  3. Regioni: hanno avuto la grande capacità di trasformare un sistema sanitario che era incentrato sulla garanzia dell’assistenza e dell’accesso alle cure, in un sistema prestazionale, con grandi sprechi di denaro in attività inappropriate e spesso inutili. Tali risorse non avrebbero dovuto essere impiegate a soddisfare bisogni terapeutici essenziali ed alla promozione della ricerca (anche nel territorio) per esempio? Non abbiamo forse avuto proprio dai rappresentanti di queste istituzioni l’esempio più concreto e paradigmatico della loro inefficienza ed incapacità (anche da parte di quelle che venivano dipinte come le nostre eccellenze)?
    Perché, ad esempio, regioni guidate da presidenti e giunte dello stesso colore politico hanno avuto comportamenti, atteggiamenti e soluzioni del tutto differenti?
    Perché una regione come il Veneto ha ottenuto risultati che altre regioni non hanno ottenuto?
    Vorrei partire con la mia analisi proprio da una di queste regioni che purtroppo (per i suoi cittadini) ha manifestato una lunga serie di inefficienze: la Lombardia.
    Se analizziamo la condotta amministrativa di questa regione saltano all’occhio alcune decisioni, maturate dalle giunte che si sono susseguite negli ultimi venti anni, caratterizzate da scelte di natura economica che hanno sacrificato sull’altare di un presunto risparmio, le competenze sanitarie del territorio.
    È vero che, con l’abolizione di fatto di alcune tipologie di servizi territoriali che vanno dalla medicina scolastica (legge 30 dicembre 2009) con il suo ruolo di prevenzione nelle scuole, fino alla riduzione del numero dei consultori, si è dato un duro colpo alla prevenzione territoriale? Non è giusto considerare un grave errore, l’indebolimento del ruolo e delle competenze dei medici di medicina generale (MMG)?
    Questo depotenziamento del territorio, passato attraverso la riduzione dei servizi territoriali, non ha forse trasformato i medici di famiglia in meri prescrittori di farmaci a basso prezzo, depotenziando la medicina del territorio a favore di una visione ospedalo-centrica della salute? Non sarebbe stato meglio spingere i medici di famiglia, attraverso la costituzione di aggregati medici, ad erogare prestazioni di diagnostica ambulatoriale, fornendo gli strumenti di aggiornamento e diagnosi? Forse tutto ciò avrebbe potuto ridurre i ricavi dell’ospedalità privata? Ma non è proprio sul fronte dell’ospedalità privata e dei suoi profitti che si sono evidenziati gli errori più gravi? Dove sono i responsabili dello scarso numero di posti letto nelle terapie intensive e di conseguenza della morte di tante persone in quella regione? Non è forse vero che in quella regione si è privilegiata la scelta verso il privato, che ha potuto gestire la parte economicamente più vantaggiosa e redditizia, lasciando al pubblico il gravoso onere della gestione delle emergenze e delle terapie intensive?
    Se tutto ciò fosse vero, dove dovrebbero essere ricercate le colpe? Ad onor del vero, molte di quelle scelte relative al depotenziamento dei servizi territoriali ed alla figura del medico di medicina generale, premiato -economicamente- non per la qualità delle cure prestate o per la riduzione dei ricoveri, ma con un meccanismo foriero di gravi ripercussioni sulla salute dei cittadini (unicamente per il risparmio sulla spesa farmaceutica) hanno visto concorrere quasi tutte le altre regioni, in una perversa rincorsa al premio della non prescrizione… Può essere questa una scelta sostenibile?
    Le nefande conseguenze di tali scelte sono sotto gli occhi di tutti, in primis dei cittadini lombardi che hanno pagato con un sacrificio di vite umane senza precedenti, questa politica di spogliazione del pubblico.

Vorrei ricordare che nel 1982, il primo anno in cui questo Paese redasse un Piano Sanitario Nazionale, la giusta dimensione necessaria per garantire le cure ospedaliere del suo popolo era stata individuata in 6,5 posti letto per 1.000 abitanti: oggi siamo a 3, a fronte degli 8 di Austria e Germania e ai 7 della Francia. Sarebbe ora che, per l’intanto, si cominciasse a dare all’Italia un sistema di governo e gestione della Sanità unitario, che tenesse a mente tali proporzioni, con una visione etica della medicina che fosse portato a considerare le persone -e non le corporazioni od i Gauchos della politica- come riferimento primario ed imprescindibile del proprio essere e del proprio operare. Non è stato forse tragico, di fronte ad una pandemia senza precedenti, il dover assistere “all’estemporanea” realizzazione di protocolli, diversi l’uno dall’altro a seconda dell’epidemiologo di riferimento, nella gestione delle diverse fasi dell’epidemia nelle diverse regioni? Non si è forse avuta la sensazione che si affrontasse tutto in modo assolutamente approssimativo, confusionario e dettato esclusivamente dal desiderio di essere considerato (dai propri elettori) il migliore? Non è sembrato che si andasse random, dall’utilizzo dei test diagnostici alla gestione domiciliare dei pazienti sintomatici fino alla gestione dei percorsi ospedalieri e di dimissione? Non c’è stata forse la voglia di manifestare la propria presunta superiorità, rispetto al potere centrale, salvo poi lamentarsi che il governo non era intervenuto…. ?
Non desidero poi avventurarmi in queste righe nella disamina delle problematiche emerse nella gestione delle residenze sanitarie assistite, saranno (spero) altre istituzioni a fare chiarezza.
Il risultato, purtroppo lampante di queste politiche regionali in ordine sparso, è stato quello di avere fatto diventare in molti casi, gli ospedali il primo focolaio di infezione.


A questo punto, sorgono spontanee alcune altre domande:

  1. L’amministrazione del bene “salute” (garantito dalla costituzione) non dovrebbe essere univoca in tutto il territorio nazionale?
  2. Siamo sicuri che questo minestrone di (in)competenze sia un bene per il cittadino?
  3. Perché nascere in una Regione piuttosto che in un’altra deve incidere sulle prestazioni ottenibili dal SSN?
  4. Non hanno i cittadini le stesse trattenute fiscali per la sanità?

Nella disamina delle tante incongruenze del “Sistema Sanitario” non possiamo non toccare anche il triste capitolo dei medici, infermieri e volontari (da molte parti con accenti retorici e melodrammatici) chiamati EROI, che hanno perso la vita per cercare di portare a termine il compito che hanno da sempre sentito come primario: salvare le vite umane.
Adesso siamo nella fase del quadretto nazional-popolare, in cui la stessa stampa che prima attaccava i medici (per diritto di cronaca) con titoli a tutta pagina per presunti atti di mala-sanità, ora li santifica e ne fa degli eroi, degli esempi, persone con grande senso della professione.
Tutto ciò, non sarà forse uno schermo dietro il quale nascondere i colpevoli di tante morti?
Questi medici, questo personale sanitario, non è forse rimasto vittima dell’incompetenza, della scarsa programmazione, della cronica mancanza di presidi di protezione?
La mancanza di DPI, non è forse il riflesso di questa classe dirigente, molle ed oziosa, per nulla cambiata dal tragico 8 Settembre del ’43, quando migliaia di giovani soldati furono lasciati senza guida alla mercé delle forze tedesche?
Oggi applicherei questo concetto e non quello di eroi: queste sono le vittime dell’8 Settembre della Sanità Italiana.

In questa triste farsa, purtroppo, non c’è stata neppure la possibilità di armarsi, perché questi “involontari eroi” sono stati inviati a combattere quel virus, che molti “scienziati” dei salotti televisivi definivano come “poco più grave di una influenza stagionale”, senza nessun ausilio protettivo; anzi, in alcuni casi, le “Laiche e Lottizzate” autorità hanno anche minacciato misure sanzionatorie nei confronti di chi, indossando le mascherine avrebbe potuto diffondere un allarmismo ingiustificato.
A chi dobbiamo ringraziare se i medici di medicina generale che avrebbero dovuto costituire il primo presidio territoriale nei confronti dell’epidemia sono stati costretti a trasformarsi in una specie di operatore di call-center?
Perché invece di curare, sono stati costretti a rimbalzare i pazienti confusi e febbricitanti da un numero all’altro?
Perché sono stati lasciati privi di qualsiasi presidio di protezione individuale, annullando così il proprio ruolo e spesso sacrificando la propria vita?
Approfitto di questo momento di “redde rationem” per condividere alcune problematiche che molti di noi sentono e soffrono, ma che spesso per “quieto vivere” evitano di menzionare.
Non sarebbe giusto modificare nella terminologia e nella pratica il concetto di Azienda Sanitaria?
Non è profondamente sbagliato chiamare azienda qualcosa che deve produrre salute e non business?
La Sanità non può rispondere al concetto di profitto, ma deve dispensare salute; le aziende sanitarie non possono essere valutate sui numeri del bilancio e del risparmio, ma dall’efficienza dei servizi e della prevenzione che vanno ad erogare.
Per questo non possono essere chiamate e considerate “aziende”.

Non è forse vero che queste stesse ASL o AUSL o AST (nell’inventare acronimi ci battono in pochi) hanno sulla coscienza la cattiva formazione di giovani medici di medicina generale, cresciuti con il ricatto e la paura della sanzione amministrativa, votati più al risparmio che alla migliore terapia?
Se ci fermiamo a riflettere, non è forse vero che quello stesso risparmio ragionieristico è un mezzo per ineffabili e severi “controllori” amministrativi di frustrare una categoria (di Eroi) ed incassare il “premio di produzione” legato al risparmio sulla spesa farmaceutica?
Non stiamo sopportando da troppo tempo le cervellotiche decisioni di questi lottizzati burocrati?

Un altro aspetto, portato drammaticamente in primo piano da questa pandemia (sempre nell’ambito di una scarsa visione strategica), è quello della pianificazione sanitaria in relazione alla possibilità di accesso dei giovani alla facoltà di Medicina e Chirurgia e successivamente la programmazione dell’accesso alle scuole di specializzazione.
Dal 1997, anno di entrata in vigore del decreto che istituiva il numero chiuso a Medicina e Chirurgia, abbiamo assistito progressivamente ad una cervellotica e scriteriata gestione del numero degli accessi. In aggiunta, vista la carenza di risorse stanziate (almeno questa è stata la giustificazione), è stato istituito il numero chiuso anche alle specializzazioni con conseguente riduzione del numero di specialisti, oggi insufficiente a soddisfare il fabbisogno.
A cosa ha condotto tutto ciò? A quello a cui abbiamo assistito in questi giorni, una carenza assoluta di medici e di specialisti, che dobbiamo importare da altri Paesi, mentre i nostri ragazzi hanno in numero elevatissimo dovuto rinunciare a tale possibile carriera. Alla faccia della programmazione…

Concludendo queste mie considerazioni, date le esperienze professionali e di vita fin qui maturate, non sono, purtroppo, tra quelli che si illudono che da domani, dopo il passaggio di COVID 19, cambieremo drasticamente il nostro modo di essere; non credo che il mondo possa divenire un luogo migliore, che la politica possa fare ammenda dei propri errori (o malefatte) e possa finalmente mettere fine alle storture. Non credo che i medici si sentiranno più partecipi e non si prostituiranno per un primariato, o che non subiranno più ricatti sulla propria professione; non mi aspetto che, come per incanto, la burocrazia possa divenire solerte. Non mi aspetto che nella sanità (bene primario) possano essere fatti gli investimenti necessari, non mi aspetto insomma che il Paese diventi quello del Mulino Bianco.

Nonostante tutto però, da inguaribile ottimista, vorrei sommessamente avanzare qualche richiesta:

  • Vorrei che il mondo non fosse ancora peggiore, che quindi, non venisse approvata la norma di legge “salva amministratori”.
  • Vorrei che venisse abolita la colpa medica (presente solo nel codice penale di altri due Paesi oltre il nostro) per fare in modo di non dover vedere gli EROI di oggi sul banco degli accusati domani ed evitare in futuro  i costi della medicina difensiva.
  • Vorrei che i medici possano, nel riappropriarsi della propria professione, trovare unità di intenti, senso di appartenenza e spirito di gruppo per difendere questa nobile arte/scienza e tornare ad essere dei professionisti della salute.  
  • Vorrei vedere un servizio sanitario che sia veramente nazionale, che possa garantire a tutti le medesime possibilità di accesso al sistema.
  • Vorrei veder rinascere la fiducia nelle strutture pubbliche, e finalmente i Medici di Medicina Generale al centro di progetti per la prevenzione delle malattie ed  il trattamento delle cronicità, con adeguata preparazione e con mezzi adeguati.  
  • Vorrei un sistema della pianificazione territoriale fatta “con” i medici e non “contro” i medici.
  • Vorrei un sistema attrattivo verso le nuove generazioni con dignità del lavoro e certezze per il futuro professionale.
  • Vorrei un sistema in cui la salute dei pazienti e non il risparmio sulle prestazioni costituiscano la regola.
  • Vorrei che le ASL non fossero più aziende ma enti amministrati e guidati da persone non nominate dai politici di turno, ma selezionate ed indicate da coloro che nelle ASL operano e lavorano.

Chiedo troppo?

In fede,
Dr. Gabriele Catena

Cardiologo
Presidente Nazionale SISMED
Società Italiana Scienze Mediche

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Questo sito utilizza cookies di profilazione. Continuando nella navigazione accetti l'utilizzo dei cookies esclusivamente per finalità statistiche. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi