Giovane medico operatore sanitario che esegue un esame fisico e ascolta il cuore e i polmoni del paziente uomo maturo con uno stetoscopio

Long Covid ed interessamento cardiovascolare

Pasquale Perrone Filardi e Christian Basile
Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate, Università degli Studi di Napoli Federico I
I

La malattia da SARS-CoV-2 ha avuto senza dubbio un grande impatto in termini economici, di salute globale e di assistenza sanitaria. Sebbene ormai siano molti milioni le persone che hanno superato l’infezione acuta (1) in molti casi, anche a mesi di distanza, non presentano una piena guarigione con persistenza di sintomi come dispnea, dolore toracico, astenia, cefalea, cardiopalmo e fatigue. Sono state proposte diverse strategie di gestione di queste sequele, nonostante le evidenze siano ancora poche e risulti necessario rimanere vigili circa il loro impatto a lungo termine.

Epidemiologia del Long Covid

L’incompleta guarigione con persistenza dei sintomi viene comunemente indicata come “Long COVID”, nonostante tale dicitura non abbia una definizione univoca. Altri termini utilizzati sono “sequele post acute” (2), “sindrome post acuta da COVID 19” (3) e “stato post COVID” (4).  A dicembre 2020 l’UK National Institute for Healthcare and Guidelines ha proposto di definire come Long COVID la persistenza dei sintomi oltre le 4 settimane dall’infezione da SARS-CoV-2. La prevalenza del Long COVID è molto variabile sia all’interno dello stesso paese che tra i vari paesi e questa differenza potrebbe essere legata alla eterogeneità delle popolazioni studiate e al differente timing di valutazione dato che la persistenza dei sintomi, come evidenziato da vari studi, sembra ridursi all’aumentare del tempo trascorso dal contagio (5)-(7). Gli studi che hanno valutato i pazienti ospedalizzati hanno riportato una prevalenza maggiore (8),(9)  e questo sembra sottolineare il nesso tra la severità dell’infezione acuta, l’influenza delle comorbidità e la persistenza dei sintomi (Figura 1). Al contrario i fattori di rischio per lo sviluppo del Long COVID sono piuttosto omogenei. È già noto da tempo il ruolo svolto dall’obesità e dagli altri disordini metabolici nell’infiammazione e nella disfunzione endoteliale e vari studi prospettici e di popolazione hanno documentato un nesso tra obesità e long COVID (10)-(12). A questi si aggiungono il genere femminile, l’età avanzata, i disordini psicologici e l’immobilità, favorita - tra le altre cose - dal lockdown e dal lavoro da remoto (10)-(16).

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