Decorso, definizione ed evoluzione del Morbo di Alzheimer

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Il Morbo di Alzheimer è una delle malattie più insidiose che l’essere umano conosce e combatte. Uno dei motivi principali riguarda proprio il modo in cui si presenta: quasi zero sintomi, solo qualche dimenticanza, poche mancanze che si confondono facilmente con stanchezza o all’età che avanza.

A tutti può capitare di dimenticare qualcosa e di avere qualche falla di memoria. Chi arriva a soffrire di Alzheimer, però, procede verso un percorso fatto di continue assenze e progressivo disfacimento della memoria. Fino ad arrivare a non riconoscere le persone o a dimenticare come muoversi durante l attività quotidiane. Tutto diventa difficile per chi soffre di Alzheimer. Vuoi approfondire questo tema?

Cos’è il Morbo di Alzheimer, definizione

Con questo nome intendiamo una demenza degenerativa che colpisce gli individui che affrontano un’età avanzata. Il nome deriva dal dottor Alois Alzheimer, psichiatra tedesco che per primo – nei primi anni del Novecento – osservò i sintomi della malattia degenerativa e ne delineò i tratti fondamentali.

I primi sintomi si avvertono a circa 65 anni e riguardano un’incapacità a ricordare eventi recenti, per poi raggiungere condizioni altamente invalidanti a causa di un continuo peggioramento delle funzioni cognitive e della memoria. La diffusione, secondo l’ISS, è importante: “La demenza di Alzheimer oggi colpisce circa il 5% delle persone con più di 60 anni e in Italia si stimano circa 500mila ammalati”.

Popolazione colpita dal Morbo di Alzheimer

Basta leggere alcuni nomi alternativi di questa malattia – demenza presenile di tipo Alzheimer, demenza degenerativa primaria di tipo Alzheimer – per capire che si tratta di una condizione tipica delle persone anziane. Infatti, come sottolinea anche il sito web dell’Alzheimer Association:

“Alzheimer’s is not a normal part of aging. The greatest known risk factor is increasing age, and the majority of people with Alzheimer’s are 65 and older. Alzheimer’s disease is considered to be younger-onset Alzheimer’s if it affects a person under 65. Younger-onset can also be referred to as early-onset Alzheimer’s. People with younger-onset Alzheimer’s can be in the early, middle or late stage of the disease”.

L’invecchiamento è considerato il principale fattore di rischio per questa malattia senile. Però c’è da aggiungere che esistono anche forme precoci che possono colpire individui che non hanno ancora raggiunto i 65 anni di età. Tutto questo senza dimenticare che ci sono dati allarmanti rispetto all’aumento dei casi nel mondo occidentale. Sempre l’Alzheimer Association ricorda i numeri.

“The number of Americans age 65 and older with Alzheimer’s dementia may grow to 13.8 million. This represents a steep increase from the estimated 5.8 million Americans age 65 and older who have Alzheimer’s dementia today”. 

Circa 5,8 milioni di americani di età pari o superiore a 65 anni, oggi, hanno questa forma di demenza, rendendo l’Alzheimer la sesta causa di morte negli Stati Uniti. Tra il 2000 e il 2018, i decessi per ictus, HIV e malattie cardiache sono diminuiti, mentre i decessi di Alzheimer sono aumentati del 146,2%.

Sintomi e decorso della malattia

Come anticipato, i sintomi sono subdoli e facili da confondere con forme di stanchezza, stress e fisiologico invecchiamento mentale. Purtroppo, le condizioni nel tempo tendono a peggiorare e a includere altre forme di disagio mentale, passando dalle dimenticanze occasionali a:

  • Difficoltà di parola.
  • Ripetizione dei discorsi.
  • Profonda confusione.
  • Problemi nella gestione del denaro.
  • Cambiamenti di umore e personalità.
  • Sbalzi di rabbia e depressione.
  • Ansia, deliri, allucinazioni.

Condizioni avanzate dell’Alzheimer comportano perdita dell’orientamento e amnesia rispetto ai propri cari: condizioni che mettono in rischio chi è affetto dalla malattia, tanto che non può più uscire di casa senza un accompagnamento perché rischia di non ricordare come ritornare al proprio indirizzo. 

Il decorso del male è abbastanza lungo e si propone con una prima fase di Alzheimer lieve che dura circa 2/4 anni in cui le dimenticanze sono a breve termine e riguardano soprattutto nomi e numeri. 

La fase intermedia può durare anche 10 anni e vede l’aumentare dei sintomi già presenti, aggiungendo anche possibili deliri e sospetti dovuti al fatto che non si riconoscono le persone. 

La condizione grave è di circa 3 anni e presenta segni importanti di decadimento mentale fino ad annunciare l’Alzheimer terminale in cui il paziente è completamente dipendente dalle cure. Quest’ultimo step – come indica il centroalzheimer.org – può durare dai 6 ai 12 mesi.

Cure e progressi della ricerca

Uno dei pilastri del Morbo di Alzheimer: non esistono cure. La ricerca è impegnata per definire la cause di questa condizione debilitante anche se gli scienziati ritengono che la combinazione di fattori genetici, stile di vita e ambientali influenzi l’inizio e la progressione della malattia. Poi, ovviamente, c’è l’invecchiamento: l’età avanzata non causa l’Alzheimer ma è il più importante fattore di rischio. 

Lo stesso vale per la genetica, ci sono collegamenti tra ereditarietà e probabilità di contrarre l’Alzheimer. Le difficoltà della malattia, però, non hanno fermato medici e ricercatori che procedono non senza difficoltà verso nuove frontiere della sperimentazione. E trovano buoni risultati:

Donanemab, a monoclonal antibody that recognizes a pyroglutamated form of Aβ, slowed cognitive decline in people with early AD. That was the upshot of the topline results of the Phase 2 TRAILBLAZER-ALZ study, announced by Eli Lilly & Company on January 10. In addition to stemming cognitive decline, the monoclonal also wiped out Aβ plaques, lowering them into the range seen in healthy volunteers.

Nei primi giorni del 2021 viene annunciato il buon risultato ottenuto dal Donanemab, un anticorpo monoclonale della casa farmaceutica Eli Lilly & Company che ha rallentato il declino cognitivo nelle persone con una forma precoce di Alzheimer. Oltre ad arginare il declino cognitivo, il monoclonale ha anche eliminato le placche di amiloide che si accumulano nel cervello delle persone colpite.

La sperimentazione è iniziata nel 2017 con uno studio randomizzato in doppio cieco controllato con placebo e oggi si avvia verso il terzo step, alimentando le speranze di un farmaco contro l’Alzheimer.  Tante speranze si riversano anche nell’evento che ha scosso la comunità medica:

“Biogen and Eisai, Co., Ltd. (Tokyo, Japan) today announced that the U.S. Food and Drug Administration (FDA) has granted accelerated approval for ADUHELM™ (aducanumab-avwa) as the first and only Alzheimer’s disease treatment to address a defining pathology of the disease by reducing amyloid beta plaques in the brain”.

 il 7 giugno 2021 la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha approvato Aducanumab di Biogen, anticorpo monoclonale che si propone come una possibile terapia. L’efficacia di è stata valutata in due studi clinici in pazienti con fasi iniziali della malattia con deficit cognitivo lieve e presenza confermata di patologia amiloide. In questi studi, il farmaco Aduhelm ha mostrato costantemente dei buoni risultati accendendo una nuova speranza per combattere questa patologia.

Cosa possiamo fare per prevenire la malattia

In realtà non poco. Se l’avanzare dell’età non può essere fermato, così come l’ereditarietà non può essere ignorata, è vero che ci sono alcune scelte che possono avvantaggiarsi nella lotta alla comparsa e allo sviluppo di questa malattia che porta tanta sofferenza a chi la subisce e ai parenti. Secondo il sito www.nia.nih.gov c’è ancora tanto che possiamo fare per combattere la demenza:

“There is a great deal of interest, for example, in the relationship between cognitive decline and vascular conditions such as heart disease, stroke, and high blood pressure, as well as metabolic conditions such as diabetes and obesity. (…) A nutritious diet, physical activity, social engagement, sleep, and mentally stimulating pursuits have all been associated with helping people stay healthy as they age. These factors might also help reduce the risk of cognitive decline and Alzheimer’s disease. 

C’è un grande interesse nella relazione tra declino cognitivo e malattie cardiache, ictus, ipertensione, diabete e obesità. Una dieta nutriente, attività fisica, sonno e attività mentalmente stimolanti aiutano a mantenere uno stato di salute ottimale nel processo di invecchiamento. Riducendo anche il la possibilità di intercettare una fase di declino cognitivo dovuto al Morbo di Alzheimer.

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