L’organizzazione della sanità: risvolti di salute

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A cura del Prof. Enzo Manzato*

In Italia si stanno prospettando ristrutturazioni della sanità pubblica, con specifici accenni anche alla figura dei medici di medicina generale.

Nel panorama delle nazioni evolute l’Italia può contare su una sanità pubblica diffusa in tutta la nazione, per quanto localmente regolata dalle singole regioni. La diffusione sul territorio delle strutture sanitarie mette la nostra nazione in una posizione di vantaggio per molti aspetti.

Si pensi per esempio al fatto che la rete di assistenza ai pazienti diabetici fa sì che la malattia diabetica abbia in Italia degli indici di qualità assistenziale certamente migliori rispetto a diverse altre nazioni.

Mantenere questa diffusa rete di assistenza ai pazienti è un presupposto per avere una migliore salute della popolazione in generale. Un articolo* pubblicato su una importante rivista medica nel 2019 (quindi abbastanza recente) ci fornisce alcune informazioni di quanto è avvenuto negli Stati Uniti tra il 2005 ed il 2015.

Lo studio americano

Gli Autori di questo lavoro hanno esaminato le variazioni della numerosità dei medici di medicina generale e quella degli specialisti in 3142 contee degli Stati Uniti (per 7144 aree di medicina generale e 306 ospedali di riferimento) tra il 2005 ed il 2015.

Nello stesso periodo per quelle aree hanno preso in considerazione la spettanza di vita e la mortalità per le diverse cause, dopo aver tenuto conto di fattori correlati alla salute come quelli demografici e socio-economici.

Nonostante un generale aumento del numero totale, per effetto dell’aumento della popolazione e della riduzione dei medici delle cure primarie, in alcune aree si è verificata una riduzione della densità di questa categoria di medici: da 46,6 a 41,4 ogni 100.000 abitanti, con una maggiore riduzione nelle aree rurali.

L’analisi statistica ha permesso di concludere che la presenza di 10 medici di medicina generale in più ogni 100.000 abitanti si associava nella popolazione ad una maggiore spettanza di vita di 51,5 giorni, mentre un analogo incremento di medici specialisti si associava ad un aumento di 19,2 giorni.

La maggiore spettanza di vita derivava da una minore mortalità per malattie cardiovascolari, neoplastiche e respiratorie compresa tra 0,9 ed 1,4% (con differenze tra queste malattie in rapporto anche ai differenti specialisti che le curano, come cardiologi, oncologi o pneumologi).

Investire sulla diffusione dell’assistenza sanitaria

Questi dati statistici riflettono ovviamente la situazione degli Stati Uniti, ma, pur con tutte le differenze tra Stati Uniti ed Italia, inducono a riflettere sulla necessità che la assistenza sanitaria sia quanto più possibile diffusa a livello di popolazione.

Il ruolo del medico di medicina generale non solo nel rapporto con il paziente (e spesso con i suoi famigliari) ma anche nel fare da tramite tra lo specialista ed il paziente stesso non deve essere trascurato.
La prevenzione delle malattie croniche, in particolare di quelle cardiovascolari, ha bisogno di una notevole sinergia tra lo specialista ed il medico di medicina generale.

Questa sinergia è la base per mantenere una adeguata aderenza alle terapie croniche richieste nella prevenzione di tali patologie ed è il presupposto indispensabile se si intendono replicare a livello di popolazione i risultati degli studi clinici di intervento.


Enzo Manzato è professore Ordinario di Medicina Interna e Direttore Clinica Geriatrica presso il Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova

* L’articolo qui citato è: Basu S et al. Association of primary care physician supply with populationmortality in the United States, 2005-2015. JAMA Intern Med 179: 506-514, 2019. 

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