Terapia anticoagulante nel paziente anziano con fibrillazione atriale. Una strada piena di insidie.

Diversi studi dimostrano un’associazione tra il numero di farmaci somministrati e potenziali interazioni farmacologiche di alcuni anticoagulanti diretti

Giacomo Pucci
Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Perugia
S.C. Medicina Interna, Azienda Ospedaliera “Santa Maria”, Terni

L’incidenza di fibrillazione atriale (FA) aumenta esponenzialmente all’aumentare dell’età. Per tale ragione, ed in ragione del progressivo invecchiamento della popolazione mondiale, nei prossimi anni si prevede un incremento della prevalenza di FA soprattutto nella fascia di età avanzata [[1]]. Al contempo, all’aumentare dell’età aumenta il rischio di ictus ischemico nei pazienti che non ricevono un’adeguata anticoagulazione. Tuttavia, l’utilizzo di anticoagulanti nei soggetti di età avanzata si accompagna anche ad un aumento del rischio emorragico [[2]], le cui ragioni sono molteplici e chiamano in causa vari fattori. Tra essi vi sono senz’altro l’elevato numero di comorbidità, le condizioni di fragilità e malnutrizione in quanto potenzialmente interferenti con i processi farmacocinetici e farmacodinamici degli anticoagulanti, ed in ultimo l’elevato rischio di potenziali interazioni farmacologiche, tipico di una fascia di popolazione che fa sovente ricorso ad un numero elevato di farmaci in cronico.

extrasistole e fibrillazione atriale mostrati in un elettrocardiogramma - photo by Depositphotos.com

Tali dati pongono numerosi interrogativi su quali evidenze sperimentali meglio orientino le scelte del clinico al fine di ottenere una efficace, ed al contempo sicura, anticoagulazione nei soggetti anziani con FA ed in polifarmacoterapia.

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