Rubrica: L’amico con la corona

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Il potere dirompente di legami e speranza

di Caterina Arcidiacono e Florencia González Leone

Nota dell’Editore

Questo spazio fuori tema è tratto dall’ebook Nuovo Coronavirus e Resilienza – Strategie contro un nemico invisibile”, opera curata dal Prof. Luciano Peirone (che ringraziamo per la gentile concessione) a cui hanno partecipato molti altri autori ed esperti dei vari ambiti trattati. Qui sono disponibili il primo numero ed il secondo

Il Prof. Luciano Peirone è psicologo psicoterapeuta; già professore a contratto presso l’Università degli Studi D’Annunzio e l’Università degli Studi di Brescia, è membro del gruppo di lavoro dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte “Terrorismo, radicalizzazione, violenza estremistica”e del gruppo “Psicologi per i Popoli” Piemonte.
Riveste molti incarichi editoriali per riviste di settore ed è membro di diverse associazioni scientifiche italiane ed internazionali. Maggiori informazioni sono visualizzabili sul suo
sito internet

In questa uscita, estrapoliamo un passaggio tratto dal capitolo “L’amico con la corona. Il Potere dirompente di legami e speranza” redatto dalle Prof.sse Caterina Arcidiacono e Florencia Gonzalez Leone


La necessità di contrastare e prevenire il contagio da coronavirus ha indotto i governi della maggior parte dei Paesi a varare misure costrittive della libertà personale che hanno indotto a forzato “lockdown” domestico. “Io resto a casa” è diventato un obbligo sociale prescritto.

In Italia dal 9 marzo 2020 abbiamo condiviso costanti cambiamenti della vita quotidiana attraverso modifiche del modo di vivere e diversi decreti del Governo. A partire dal 4 maggio, dopo due mesi si è attivato un nuovo cambiamento: l’ingresso di tutti nella fase 2 per stabilire un nuovo “tempo e spazio” condiviso, nuovi modi di “condivisioni del sociale” per creare condizioni concrete di esistenze che evitino un ulteriore disagio psicologico nel nostro vivere la quotidianità.

È per questo che con il presente lavoro vogliamo interrogare gli effetti psichici e collettivi della rottura della continuità spazio-temporale della esistenza. Per esprimere l’impatto della emergenza Covid-19 e del conseguente confinamento domestico cominciamo con il riportare il testo di una delle partecipanti alla ricerca della Università Federico II diretta da Caterina Arcidiacono sul tempo del lockdown (communitypsychology.eu) che chiedeva agli studenti di riportare e condividere emozioni e pensieri legati al lockdown:

“È come se avessi una morsa attorno alla bocca dello stomaco, irremovibile, che quando riesco a distrarmi stringe meno, ma appena il pensiero ricade sulla mia famiglia ricomincia a stritolare. Cerco di non trasmettere loro la mia paura, mi mostro sempre sicura e sorridente, ma nel mio cuore il mare è in tempesta, non riesco a star tranquilla.

Ho paura di dire ad alta voce di avere paura perché temo che le cose che mi terrorizzano, una volta pronunciate, possano materializzarsi, passare dall’essere verosimili a totalmente vere. E allora quando arriva la sensazione, quando le onde diventano sempre più alte e potenti e i bracci della morsa riprendono a infilzarsi nello stomaco, solo allora mi rendo conto che anche se non pronuncio ciò che provo, lui c’è, dunque tanto vale accettarlo e fare di tutto purché diventi infondato” (Ragazza fuorisede, 23 anni).

Paura e angoscia attanagliante hanno caratterizzato il primo impatto del confinamento domestico. Infatti, la vita quotidiana dell’individuo per lo psicologo argentino Pichon-Rivière (1985) si costruisce attraverso “le condizioni concrete” di esistenza: le forme dell’habitat, dello spazio, dell’organizzazione sociale e della struttura concreta dei legami. Un tempo e uno spazio condiviso in cui si manifestano in modo immediato e diretto le relazioni che le persone stabiliscono dentro di sé e con l’esterno creando “condizioni concrete di esistenza”. La vita quotidiana ci mostra il mondo soggettivo che sperimentiamo individualmente ma anche il mondo sociale e condiviso perché è sempre un mondo condiviso con gli altri.

Per Pichon-Rivière “L’individuo come tale non è solo l’attore principale della sua esistenza ma è anche il portavoce di una situazione, di un contesto di riferimento che viene alterato di fronte al cambiamento. La principale resistenza degli esseri umani è la resistenza al cambiamento. Lo ‘schema di riferimento’ è il nostro ‘apparato per pensare’, che ci permette di percepire, distinguere, sentire, organizzare e operare nella realtà. Stabilizza una determinata idea nel concepire il mondo. Lo schema di riferimento è l’insieme di conoscenza, di attitudini che ciascuno di noi ha nella sua mente e con le quali si relaziona con il mondo e con se stesso” (Pichon-Rivière, 1985, p. 216). Partiamo dalla base della preesistenza in ciascuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali l’individuo pensa e agisce). Questo schema di riferimento è ciò che permette al soggetto di possedere modelli di sensibilità, modi di pensare, sentire e fare nel mondo e che segnano il suo corpo in una certa maniera. Ogni schema di riferimento è inevitabilmente proprio di una cultura in un momento storico-sociale determinato. Siamo sempre emissari ed emergenti della società che ci vede nascere. Ogni cambiamento esterno modifica il nostro schema di riferimento. Questi cambiamenti alterano il mondo interno, il modo in cui percepiamo il mondo e quindi siamo più tristi e in conseguenza più fragili e sappiamo che in queste circostanze, specialmente per i malati, è importante mantenere un sistema immunitario in forma. Purtroppo, la performance del nostro sistema immunitario è direttamente legata alle nostre emozioni e quindi l’emergenza non è solo un fatto di salute fisica ma anche psicologica.

La chiusura in casa e l’obbligo del distanziamento, sono state misure sanitarie per impedire la diffusione del contagio, ma le loro implicazioni relazionali hanno rotto i canoni della prossemica e della relazionalità.

Il con-esserci degli altri

Il concetto di ‘altri’ non va inteso in senso aggiuntivo, come qualcosa accanto a cui mi trovo: “Gli altri sono piuttosto quelli dai quali per lo più non ci si distingue e fra i quali, quindi, si è” (Heidegger, 2005, § 26, p. 350). Questo per dire che noi non siamo ‘innanzi tutto e per lo più’ in atteggiamento di distinzione, di allontanamento, di individuazione dagli altri, ma al contrario tendiamo istintivamente a condividere il mondo con gli altri, a convivere (con-esserci) con essi. Non incontriamo gli altri a partire da noi, ma dal mondo in cui ci troviamo ad esistere; e non solo gli altri ma anche noi stessi.

Questo percepire noi stessi come immersi (gettati) nel mondo si riflette anche nel nostro percepire gli altri: noi incontriamo sempre l’altro ‘in una situazione’, in un suo essere-nel-mondo. L’uomo è esistenzialmente con gli altri anche quando è solo. Se ci riflettiamo, noi “sentiamo la mancanza” degli altri perché per natura siamo fatti per essere con gli altri; in tal senso l’esser solo è un modo difettivo del con-essere.

Pertanto in questo periodo di chiusura forzata la presenza di tristezza, malinconia, sofferenza non costituisce fragilità ma è un esserci in una quotidianità che cambia costantemente e ci richiede di adattarci a ritmi molto veloci.

Cos’è che angoscia? Qual è il ‘davanti a che’ dell’angoscia? “Perciò l’angoscia non ha occhi per “vedere” un determinato “qui” o “là” da cui si avvicina ciò che è minaccioso. Ciò che caratterizza il “davanti a che” dell’angoscia è il fatto che il minaccioso non è in nessun luogo. L’angoscia non sa che cosa sia ciò davanti a cui essa è angoscia. “In nessun luogo” non equivale però a “nulla”. L’angoscia ci allontana dal mondo rendendolo insignificante, ma proprio da questa lontananza – che è il contrario dell’appagatività con cui ci rapportiamo quotidianamente – il mondo ci si apre davanti come mondo, nel suo essere indipendente da noi” (Heidegger, 2005, § 26, p. 350). L’angoscia toglie dalla tranquillizzante sicurezza del sentirsi a casa propria che è tipica del Sé e getta nello spaesamento per cui ai tempi del Covid-19 sentirci smarriti è una sensazione che dobbiamo accettare e “attraversare”.

L’angoscia racchiude la possibilità di un’apertura dell’essere, di una sua reale comprensione, per il fatto che isola, che ci restituisce l’autenticità, o per lo meno ce ne rivela la possibilità.

Il confine dello spazio e del tempo delimitano l’esistenza umana. È per questo che nell’affrontare il tema della chiusura obbligata in casa abbiamo anzitutto ravvisato una frattura spaziale, “essere costretti a non uscire”, che per sua natura ha modificato il nostro essere nel tempo. Ci ha rigettati nel passato, ci ha chiusi nel presente, ha bloccato le prospettive del futuro. Pertanto, la chiusura spaziale ha portato alla ridefinizione del nostro essere nel tempo e nella vita.

Lo spazio. Ai tempi del coronavirus la nostra quotidianità si svolge in uno spazio, in un contenitore che di fatto ha assunto funzioni diverse. Le nostre case sono diventate palestre, scuola, ufficio, centri di cucina, sala giochi per bambini, ecc. La cornice dei nostri giorni sono state le mura di casa. Abbiamo creato nuovi spazi virtuali, spazi di condivisione, di scambio, di comunicazione. Nuovi spazi di pensiero e di significato alla quotidianità.

Il tempo. C’è un tempo sospeso… incerto…tutti almeno una volta nella vita abbiamo vissuto un tempo sospeso, un mondo che “si è ferma- to”, magari per un lutto, per un legame di amore finito… ora però con l’emergenza sanitaria il vissuto di un tempo sospeso è uguale per tutti. Per le persone non-Covid questo tempo sospeso va ad approfondire le loro limitazioni e i bisogni soggettivi.

La progettualità. La progettualità è legata alla nostra capacità di affrontare l’avversità, al senso di fiducia e speranza con cui siamo in grado di reagire. Julio Cortázar, nel suo libro Il gioco del mondo (1963), diceva “La speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende” (Cortázar, 1963, p. 28). Pichon-Rivière, psicologo argentino, invece, teorizza la speranza dicendo “Per sopravvivere bisogna pianificare la speranza”. Ciò vuol dire creare progetti collettivi per affrontare la vita quotidiana. Come si può allenare il corpo in palestra, si può allenare la speranza attraverso la scelta dei nostri pensieri. Così come scegliamo i vestiti ogni giorno, possiamo scegliere i nostri pensieri felici che ci aiutano ad affrontare i momenti difficili.

Frattura passato-presente

La rottura della continuità spazio-temporale è stata occasione di disagio specifico per diverse categorie di individui. Proviamo a descrivere alcuni quadri emergenti.

Essere giovani: in casa senza sesso e legami non stabili

Elena Marta (2018), afferma quanto sia difficile per i giovani la costruzione di legami. I giovani oggi affrontano la vita con l’idea che: ‘l’importante è fare esperienze’. Tante, emotivamente molto coinvolgenti e da rendere visibili immediatamente sui social. Anche la relazione di coppia non sfugge a questa logica e diviene il luogo della ricerca di ‘emozioni forti’. Se la relazione di coppia incrina questa immagine, se richiede troppo impegno, troppa fatica e responsabilità, se non è funzionale al gioco narcisistico dei partner, viene abbandonata e sciolta. Focalizzato/a sulla propria autorealizzazione, nella relazione di coppia ciascun partner tende a chiedere molto all’altro/a, soprattutto in termini di intensità emotiva e condivisione del proprio progetto di vita, ma è poco propenso a costruire pazientemente un ‘noi’ e un progetto comune. Il paradosso del lockdown forzato è stato che la maggior parte dei giovani che è sempre rifuggita dai legami, ne ha sentito il bisogno, perché la paura e la solitudine messe assieme non sono un buon abbinamento. La polemica sul decreto dei “congiunti” all’inizio della fase 2 e alcuni articoli di giornali su internet ci confermano il disagio che ha causato dal punto di vista dei legami e della sessualità il coronavirus.

  • “Coronavirus, l’Inghilterra “vieta” il sesso tra non conviventi” (Corriere dello sport – 3 giugno 2020)
  • “Coronavirus, come cambia il sesso con la pandemia” (Corriere dello sport – 2 giugno 2020)
  • “Coronavirus e sesso. Il vademecum per vivere serenamente l’intimità di coppia nella Fase 2”. Questi i consigli della Società Italiana di Contraccezione. (Quotidiano sanità – 6 maggio 2020)
  • “Coronavirus, ecco come poter vivere la sessualità in quarantena” (Il fatto quotidiano – 30 marzo 2020)
  • “Gli scienziati inglesi hanno raccomandato alle coppie di prendere misure precauzionali, comprese le mascherine chirurgi- che, per prevenire la diffusione del Covid-19 anche sotto le lenzuola”. Gli scienziati hanno anche raccomandato di indossare il preservativo, dal momento che un altro studio ha dimostrato che alcuni uomini presentano tracce del virus nel loro seme. (ricerca dell’Università di Harvard – Corriere dello sport – 6 marzo 2020)
  • “Sesso e Coronavirus, l’Olanda ai single: trovatevi un compagno di letto”. Dura la solitudine da quarantena e i single ne sanno qualcosa. L’Istituto di Sanità olandese (Rivm), in tempo di coronavirus, ha pensato anche a loro e nelle nuove linee guida suggerisce di trovarsi “un compagno di letto”. O anche solo per le coccole per superare il periodo in cui sarà necessario mantenere le distanze sociali. (The Guardian– 15 maggio 2020)
  • Dai consigli degli esperti si evince quanto sessualità e legami stabili non siano per nulla associati in una società attuale che al dire di Zygmunt Bauman (1996) si basa su “i legami liquidi”.

Essere in casa in coppie ‘scoppiate’ e famiglie ‘slabbrate’

Ai tempi del coronavirus coppie e famiglie sono state costrette a convivere 24 ore su 24 dentro le mura di casa, questo ha generato un disagio comune ma ci sono coppie e famiglie che hanno subìto di più questa costrizione a causa dei loro problemi. Bruna Fernandez ipotizza un “carico emotivo” presente nelle donne. Fernandez afferma che il carico emotivo in tempo di quarantena, è ormai un peso che grava sulle spalle di alcune donne. Chiuse in casa in coppia o in famiglia, devono assorbire e gestire l’angoscia dei loro familiari. Fino a sacrificare la loro stessa salute mentale. Nathalie Rapoport-Hubschman (2018) parla di una funzione sociale che è la stessa di quella per cui X ricorda al marito di “chiamare sua madre” durante la quarantena. Chiedere nuove notizie, essere all’ascolto degli amici e delle amiche, pensare a lasciare dei bigliettini per i vicini e le vicine, sono tutte espressioni della capacità di cura femminile in tempo di confino domestico. In quarantena le donne si sentono responsabili del benessere della loro comunità e spesso reprimono le loro frustrazioni per evitare i conflitti.

Cigoli (2000), esperto di separazione e divorzio, afferma che nella creazione di una coppia i rispettivi partner attribuiscono un certo valore a tale legame, nel quale aspettative, bisogni, desideri, miti familiari trovano la loro massima espressione. A prescindere dalla natura “sociale” del legame (convivenza o matrimonio), la relazione si fonda su un patto fiduciario tra le due persone in cui si dà risalto all’intimità tra i partner. Si può affermare che la salute/malattia della relazione coniugale è data dalla prossimità tra patto dichiarato e patto segreto. È importante una riflessione reciproca su tale patto rendendo esplicito il patto segreto consentendo al partner di poter accettare consapevolmente la relazione, essendo essa in costante mutamento per le fasi che la coppia attraversa nella vita.

La coppia sarà più o meno in grado di superare gli eventi critici che si presenteranno nel corso del ciclo vitale di tutte le coppie in base alla confluenza tra patto dichiarato e patto implicito.

La quarantena forzata in casa ha simbolizzato sicuramente una crisi, un’emergenza imprevista per tutte le coppie che hanno dovuto affrontare non solo il lockdown ma magari anche tutti i problemi rimandati col proprio partner e nel proprio legame. I ritmi della vita quotidiana ci aiutano a rimandare argomenti difficili, a evadere momenti di dialogo nella coppia. Con il confinamento domestico il tempo e lo spazio per parlare, per passare del tempo assieme, hanno costretto tantissime coppie e famiglie ad affrontare i loro problemi, i loro limiti e fragilità; non è un caso che in Cina dopo il coronavirus siano aumentati i casi di separazione e divorzi, vedremo in Italia cosa succede ora che è iniziato il delock. In Italia le associazioni di donne hanno sensibilizzato sul rischio della degenerazione dei legami nel confinamento domestico forzato.

Il 7 aprile 2020, in pieno lockdown, la Commissione Bilancio del Senato ha prontamente approvato il ‘pacchetto’ di emendamenti proposti dalla Commissione sul Femminicidio. I provvedimenti hanno riguardato una dotazione aggiuntiva di 3 milioni di Euro per i centri antiviolenza e le case rifugio, lo stop agli incontri protetti dei minori, la normale prosecuzione delle udienze di convalida dell’allontanamento dell’uomo maltrattante dalla casa familiare. Tali azioni intraprese dalla senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione Femminicidio, sono emblematiche di come il benessere psichico e soggettivo si inquadra nelle misure e nei provvedimenti che un Paese sa attuare per rispondere ai bi- sogni dei suoi abitanti.

Essere o avere un malato in casa ai tempi del coronavirus

“Sono lì, chiusi nelle loro case, perché sono un gruppo a rischio per il contagio di Covid-19” e nessuno li vede. Non escono per fare gli acquisti per paura… le farmacie forniscono loro le medicine di cui i loro corpi e le loro menti hanno bisogno per vivere. Fanno parte dei gruppi a rischio, con molteplici patologie precedenti e vulnerabili alla situazione incerta in cui ci troviamo. Si potrebbe pensare che i malati cronici, i disabili o quelli con problematiche di salute mentale che, a causa della loro malattia, trascorrono molto tempo a casa, potrebbero essere abituati ed avere un vantaggio di fronte a questa “chiusura in casa” dettata da un decreto reale, ma invece la situazione di emergenza nazionale ha sconvolto anche loro…, ha comportato la cancellazione di tutti i loro appuntamenti e trattamenti medici a tempo indeterminato, determinando a volte anche un peggioramento della loro condizione, sia fisica che psicologica. La loro vita si è vista alterata ancora una volta. La loro quotidianità e quella delle loro famiglie trascorrono in un tempo e uno spazio diverso con modalità di legami e di contatto differenti. L’emergenza sanitaria ha comportato cambiamenti strutturali delle relazioni (González Leone, 2020).

Per chi convive con un malato è necessario recuperare piccoli spazi che costituiscono una ‘normalità’, ‘un equilibrio’ che ha la funzione di rassicurare e rasserenare i pazienti. Pensate ai genitori di bambini autistici che tanto temono e soffrono i cambiamenti; all’improvviso quei figli non possono più accedere ai centri di cura, vedere i loro pari, i loro insegnanti. Magari è loro preclusa anche la breve passeggiata al sole, così come per gli anziani, i malati oncologici, che hanno bisogno di trascorrere le giornate in spazi che rendano i loro percorsi di malattia più “agevoli”, meno stressanti. Se per chi è in perfette condizioni di salute fisica o senza alcun disagio psicologico questa chiusura forzata è stata una dura prova; provate ad immaginare le persone che hanno una sofferenza psichica e ora non possono abitare “spazi di confort” la cui acquisizione, dopo la condanna della diagnosi, è stata spesso faticosa.

Per tanti malati lo spazio nel quale trascorrere la vita è stato alterato dal momento della diagnosi e quindi magari il posto di lavoro era stato sostituito dalle pareti bianche dell’ospedale. Ora, ulteriormente la loro capacità di resilienza e adattamento viene mesa alla prova in un ‘nuovo spazio’ domestico che non è solo fisico, ma anche mentale.

Sappiamo che c’è sempre chi si prende cura di un malato (caregiver) in modo formale (operatore sanitario, badante, ecc.) o in modo informale (familiare, il che di solito vuol dire una donna della famiglia); in questo momento anche questa figura ha subìto dei cambiamenti e ha costretto tante famiglie a improvvisarsi nella cura dei loro malati, dei loro cari con tantissime restrizioni. Un tempo che altera l’“esserci e con-esserci” con gli altri.

L’angoscia del delock

Se la vita sospesa del lockdown ai tempi del coronavirus sembrava aver colpito duramente non solo le persone più dinamiche e chi non lavora a causa della pandemia ma proprio tutti, ora, invece, sembrerebbe che questa angoscia si sia perpetuata anche dopo, durante il delock; i nostri studenti parlano di una angoscia che si manifesta anche dopo la fase di chiusura in casa. Questa angoscia si confronta anche con quanto detto in questi giorni sui mass media che ipotizzano attraverso i professionisti della salute mentale una “sindrome della capanna” o del prigioniero, perché uscire nuovamente dopo mesi sta generando in molte persone una sensazione mista di paura, insicurezza, tristezza o ansia.

Questo dato ci mette di fronte a una nuova sfida che ci ha lasciato l’alterazione del nostro tempo e spazio quotidiano, ed è quella di creare una nuova quotidianità che ci soddisfi all’interno di uno spazio e tempo concreti che ci parlino di nuovi ritmi, abitudini e modi di convivenza. Nuovi modi di salutarci, di incontrarci e di stare assieme.

Essere chiusi nello spazio e vivere fissati nel presente

Una ricerca con 293 studenti dei corsi di laurea in psicologia dell’Università Federico II di Napoli da noi condotta (Procentese et al., 2020) ha portato alla descrizione di una triplice modalità di reazione alla rottura della continuità spazio-temporale della esistenza, in cui si evidenzia come l’esperienza della uscita forzata dalla routine ha permesso di risignificare il tempo soggettivo; pertanto in alcuni casi la sospensione del tempo del quotidiano ha determinato l’uscita dal tempo del quotidiano; tuttavia tale diversa collocazione personale soggettiva ha per alcuni portato a ritrovare il senso del tempo e di sé nel tempo. Non è un gioco di parole, ma proprio la ridefinizione dei confini spaziali ha comportato la ridefinizione di quelli temporali e quindi ha indotto a rivedere le dimensioni del proprio essere nel mondo.

L’uscita dalla presentificazione dell’esistenza, dai riti della quotidianità – dal bar, dalla classe, dalla organizzazione e partecipazione a eventi – ha portato ad una frattura nel tempo delle abitudini che ha indotto una frattura fra passato e presente. L’incertezza di un tempo sospeso tra un prima e un dopo da costruire ha determinato uno spazio vuoto che si è colmato attraverso una triplice strategia.

La frattura dello spazio ha cosi determinato una frattura del tempo e il presente ha assunto la connotazione di un turning point esistenziale.

Fissità del presente. Blocco nello spazio che ha comportato un blocco nel tempo e fissità nel presente. Questa è stata la reazione più prevedibile, decisamente associata a vissuti di paura e angoscia specie nel primo impatto con la prescrizione di non uscire di casa (Migliorini et al., 2020).

Nostalgia e memoria del passato. Assenza del tempo presente e futuro con ritorno al passato. Un tempo sospeso che ci confronta con le nostre paure più primitive come la paura della morte. Un tempo che limita i nostri legami e modifica le nostre strutture famigliari. Un tempo che induce nostalgia, ma anche angoscia e paura della morte indotta dalla immobilizzazione nel presente. L’impossibilità di vivere il presente ha qui portato a rientrare nel passato, ricordare persone, entrare in contatto con persone significative di altri tempi, ripercorrere e riattraversare album di famiglia, ripensare i legami e gli affetti del passato.

Ridefinizione del tempo futuro. Bloccato nello spazio l’individuo si ridefinisce, ripensa alla propria vita; pertanto la progettualità esistenziale fissata dal limite dello spazio domestico si è allargata al viaggio nelle potenzialità infinite dello spazio. Questa è stata la dimensione emersa inaspettata dai testi degli studenti. Era stato chiesto loro di scrivere liberamente pensieri ed emozioni, nonché azioni ed eventi da voler condividere: in molti dei testi è emersa la caratterizzazione del confinamento domestico forzato quale occasione di risignificazione dell’esistenza e scoperta di energie personali che non pensavano di possedere.

Dall’esame di vissuti ed emozioni sperimentati in questa insolita e improvvisa esperienza di reclusione domestica sono emerse alcune riflessioni per favorire la qualità della vita individuale e rendere questo tempo sospeso un’occasione di incontro con sé e con gli altri, che vogliamo qui riportare sotto forma di “Piccola guida per la costruzione di benessere in restrizioni forzate”.

  1. Incoraggiare le persone a crearsi dentro la casa delle abitudini il più simile possibili a quelle consuete. Questo dà un senso di sicurezza, aiuta a recuperare il controllo. È importante porsi degli obiettivi realistici nel corso della giornata e mantenere regolari i ritmi di sonno-veglia e gli orari dei pasti. La continuità del fluire della esistenza nel mantenimento dei ritmi della terra e delle proprie abitudini consente il mantenimento del ritmo del sonno, dal quale dipende in via primaria il nostro benessere fisico.
  2. Cercare informazioni su canali autorevoli riguardo a quanto sta succedendo può essere utile, ma è preferibile adottare alcune cautele. Meglio farlo solo una volta al giorno, e possibilmente non di sera. Tale azione rientra nella capacità di far fronte al problema con l’informazione.
  3. È importante inoltre curare il proprio benessere mantenendo la cura di sé. Ciò attraverso il consentirsi momenti di svago, di cura dei propri interessi, quale ad esempio recuperare gli hobby trascurati.
  4. Creare lo spazio per la propria creatività e per la fruizione del bello. Sostituire gradualmente alla routine che non può esse- re mantenuta una nuova routine che preveda la frequenza dei luoghi consentiti e la pianificazione di attività diverse nel corso della giornata, tenendo presente le preferenze personali. In base alla realtà che ognuno di noi vive a casa (appartamenti, case con giardino o senza giardino, con spazio o senza spazio, con maggiori o minori possibilità) è opportuno creare ogni giorno e in modo sistematico piccoli spazi di “quotidianità” che ricreino un contesto di normalità che riduca lo stress legato allo smarrimento che provoca il cambiamento costante delle nuove routine famigliari e individuali.
  5. Per le persone con disabilità preparare insieme a un caregiver il
  6. pranzo, o fare assieme altre attività, dando un tempo anche al riposo, può essere più rassicurante che avere di fronte una giornata da occupare uguale a tante altre ma senza un programma definito.
  7. Badare alla comunicazione: la comunicazione non è solo verbale ma anche non verbale ovvero fisica. In questi momenti di chiusura forzata tutti possiamo essere ‘più intemperanti’ dobbiamo essere attenti a diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale: mantenere un tono di voce calmo e morbido; ciò in particolare con chi è più vulnerabile e condivide il nostro spazio o di cui ci occupiamo; limitare gli spostamenti mentre parlate con l’altro, controllare la mimica e la gestualità in modo che risulti adeguata ai contenuti rassicuranti dei discorsi; cercare di mantenere un contatto visivo con la persona mentre le parlate; ricordare alla persona che siete lì per aiutarla e che è al sicuro (se è vero).
  8. In alcune patologie se qualcuno sembra disorientato o disconnesso da ciò che lo circonda, aiutatelo a rientrare in contatto indicandogli di (o supportandolo fisicamente) posizionare i piedi sul pavimento in modo che possa sentire bene l’aderenza della pianta del piede alla superficie; invitarlo/a anche a comunicare ciò che vede e sente.
  9. Creare e mantenere connessioni emotive e relazionali; favorire quello che Walker (2020) chiama la noi-tà. ovvero la dimensione della connessione emotiva intra-gruppo che si sviluppa in particolare in situazione di emergenza collettiva.

Dall’esperienza collettiva di confinamento sanitario abbiamo appreso che la reclusione in casa poteva, tra l’altro, far sviluppare anche senti- menti fondamentali che la psicologia individua per la costruzione del benessere individuale e collettivo.

  • L’empatia – Il Covid-19 ha permesso di comprendere cosa sono una libertà forzata e una quotidianità limitata da fattori esterni come lo è una malattia. Ora siamo tutti un po’ ‘malati in casa’, costretti a cambiare i nostri ritmi, le nostre attività; siamo costretti ad assentarci dai nostri posti di lavoro e a vivere nella incertezza del dopo perché le nostre finte sicurezze sono venute a meno. Pertanto, l’occhio verso coloro che sono portatori del limite assume una dimensione più partecipe e benevola.
  • La resilienza – Da queste vicende potremo uscire tutti ‘un po’ più forti’; siamo stati costretti a fermarci con noi stessi e abbiamo potuto “sperimentare la nostra forza”. Coloro che si sono misurati con i propri mostri interni hanno acquisito una visione del futuro accompagnata dalla speranza e dalla fiducia.
  • La connessione e condivisione emotiva – Una nuova noi-tà che non è passiva ma attiva, ci ha portati a confrontarci con le nostre limitazioni, a riflettere sulla nostra condizione, ma anche a creare connessioni che superino il distanziamento fisico e relazionale. L’incremento della connessione emotiva è, infatti, la dimensione che la ricerca ha individuato nei comportamenti relazionali stimolati dal confinamento sanitario che hanno cercato di superare il distanziamento sociale e il confinamento (Walker 2020; Di Napoli et al., 2020). Vicini che brindano dai balconi allungando i bicchieri da un lato all’altro della strada sono l’immagine che meglio esprime come la connessione emotiva è stata il volano che ha permesso di affrontare l’emergenza sociale. A noi tutti, adesso, il fare tesoro delle esperienze emozionali condivise e farne la base per azioni condivise mirate al bene collettivo.

Il presente lavoro denomina il Covid-19 l’“amico con la corona”.

Il termine, del tutto irriverente e azzardato, vuole evidenziare un aspetto negletto, ma evidente nelle interazioni sociali succedute all’inizio della pandemia. Esse ci hanno fatto riconoscere il bisogno reciproco di noi-ità. Haslam e coll. hanno intitolato Together apart il recentissimo volume online in cui la psicologia sociale attraverso i suoi maestri affronta gli effetti psicologici della pandemia. La ricerca di dimensioni collettive quale strategia di benessere messa in essere spontaneamente ci ha mostrato che il potere dirompente del virus è stato nello scardinare gli assetti sociali consolidati e ritenuti immodificabili della contemporaneità. Molti hanno recuperato la dimensione della lentezza, della convivialità nella separatezza. In assenza di sessualità occasionale, temporanea e fugace, grazie ai social media le persone, noi tutti, abbiamo coltivato i legami, le relazioni, la convivialità dei rapporti. Nella ricerca effettuata con studenti dell’intero territorio nazionale abbiamo scoperto che la forza della relazionalità collettiva è risultato il fattore vincente (Di Napoli et al., 2020). Abbiamo scoperto come l’uguaglianza tra pari è un valore da coltivare. Abbiamo appreso che il canto mattutino degli uccelli e le notti stellate sono un bene da tutelare e perseguire. Il temuto ‘‘amico” Covid-19 ha svolto quindi una inattesa e sorprendente funzione di mentore riportandoci all’importanza dei legami: di quelli del presente, con il futuro nostro e del pianeta e con le generazioni precedenti. Un insegnamento paradossale, per le modalità in cui è stato acquisito e per il prezzo costato, ma in tal senso ancor più prezioso e da custodire nella organizzazione dei processi collettivi e in nuove regole di condivisione e reciprocità per la promozione del bene comune, da instaurare per le collettività.

Le Autrici

Dott.ssa Florencia González Leone
Psicologa. Dottoressa di ricerca in Human Mind and Gender Studies all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Docente di psicologia clinica presso ARES, Bagnoli (Napoli). Docente a contratto all’Università Telematica “Giustino Fortunato” di Benevento.

Prof.ssa Caterina Arcidiacono
Psicologa-analista IAAP. Professoressa Ordinaria di Psicologia di Comunità all’Università Federico II di Napoli. Già Presidente ECPA e SIPCO. Membro dello SC di psicologia di comunità dell’EFPA. Editor in chief di La Camera Blu. International journal of gender studies e codirettrice editoriale del Journal of Community Psychology in Global Perspective. È coordinatrice di svariati progetti di ricerca internazionali e nazionali. Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche.

Bibliografia

  1. Bauman, Z. (1996). Amore liquido. Bari: Laterza.Bignardi, P., Marta, E., Alfieri, S. (2018). Generazione Z. Guardare il mondo con fiducia e speranza. Milano: Vita e Pensiero.Cigoli, V. (2000). Il familiare. Milano: Raffaello Cortina Editore. Cortázar, J. (1963).“Rayuela”. Buenos Aires: Editorial Sudamericana.
    Di Napoli, I., Guidi, E., Arcidiacono, C., Esposito, C., Marta, E., Novara, C., Procentese, F., Guazzini, A., Agueli, B., Gonzáles Leone, F., Meringolo, P., & Marzana, D. (2020). Italian Community Psychology in the Covid-19 pandemic: collective dimensions in storytelling of university students. Frontiers. Submitted.
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  3. Heidegger, M. (1927). Sein und Zeit. Halle: Max Niemeyer. (Trad. It. Essere e tempo. Milano: Longanesi, 2005).
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