Rubrica: Sociologia delle grandi epidemie

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Questo spazio fuori tema è tratto dall’ebook Nuovo Coronavirus e Resilienza – Strategie contro un nemico invisibile”, opera curata dal Prof. Luciano Peirone (che ringraziamo per la gentile concessione) a cui hanno partecipato molti altri autori ed esperti dei vari ambiti trattati. Qui è disponibile il primo numero

Il Prof. Luciano Peirone è psicologo psicoterapeuta; già professore a contratto presso l’Università degli Studi D’Annunzio e l’Università degli Studi di Brescia, è membro del gruppo di lavoro dell’Ordine degli Psicologi del Piemonte “Terrorismo, radicalizzazione, violenza estremistica”e del gruppo “Psicologi per i Popoli” Piemonte.
Riveste molti incarichi editoriali per riviste di settore ed è membro di diverse associazioni scientifiche italiane ed internazionali. Maggiori informazioni sono visualizzabili sul suo
sito internet

In questa uscita, estrapoliamo un breve passaggio tratto dal capitolo “Sociologia delle grandi epidemie: come cambiano le abitudini e gli stili di vita” redatto dalla Dott.ssa Paola Lazzarini


Sociologia delle grandi epidemie: come cambiano le abitudini e gli stili di vita

Di Paola Lazzarini

È difficile descrivere un fenomeno mentre lo si vive eppure le epidemie (pandemie) sono fenomeni contemporaneamente sociali, biologici, medici, economici, politici e sono una costante nella storia dell’umanità, dal momento che tornano periodicamente e, per questo, la sociologia si interroga sul mutamento che inducono nella società. Un piccolo, invisibile, nemico è in grado di mettere in crisi qualunque mondo, anche quello ipertecnologico nel quale viviamo. 

Quello a cui si assiste è il fatto straordinario che ogni aspetto della vita sociale è stato modificato o quanto meno toccato dalla pandemia, innescando cambiamenti e accelerando processi già in corso. Proveremo in questo breve testo a presentare alcuni dei più significativi elementi in gioco. 

Nel 1990 il sociologo Philip Strong pubblicò sulla rivista Sociology of health and illness1 un saggio dal titolo: “Psicologia delle epidemie: un modello” nel quale affermava che “quando le condizioni sono favorevoli, le epidemie possono potenzialmente creare una versione medica dell’incubo hobbesiano – la guerra di tutti contro tutti. Un’epidemia nuova e fatale può essere seguita rapidamente sia da piaghe di paura, panico, sospetto e stigma, sia da epidemie di massa di polemiche morali, di potenziali soluzioni e di conversione personale alle diverse cause che ne derivano. Questa peculiare psicologia sociale collettiva ha una sua forma epidemica, può essere attivata da altre crisi oltre a quelle della malattia ed è radicata nelle proprietà fondamentali del linguaggio e dell’interazione umana. È quindi una parte permanente della condizione umana – ed è ampiamente nota per essere tale”2. 

In questa crisi abbiamo visto realizzarsi le parole di Strong: dalle aggressioni iniziali a cittadini dai tratti asiatici al proliferare di teorie complottiste irrazionali e potenzialmente eversive, come la creazione del virus in laboratorio con i conseguenti piani mondiali per l’asservimento dell’umanità. In questo clima sono cresciuti paura e sospetto, non solo il nemico invisibile può celarsi dietro volti familiari, ma si dubita anche di sé, ci si interpreta come potenziali untori dei propri cari. Ed è una lettura corretta, ma anche potenzialmente molto pericolosa. 

Le libertà personali sono state drasticamente limitate e alle persone è stato chiesto un lungo periodo di isolamento all’interno delle proprie abitazioni, per limitare la diffusione del virus. 

L’esperienza dell’isolamento forzato, oltre ad avere ricadute in termini psicologici e psicopatologici, ha determinato inevitabilmente avvicina- menti e allontanamenti relazionali, ha modificato la mappa delle relazioni decostruendo comunità e costruendone di nuove. Proprio l’allontanamento ha dimostrato quanto valore si attribuisca alla comunità e per questo, se l’idea di comunità ne uscirà probabilmente rafforzata, quella reale avrà bisogno di essere sostenuta, incentivata, curata perché possa nuovamente esprimere il proprio potenziale dopo questa crisi, anche se si esprimerà in forme nuove e ora solo appena immaginabili. 

Questa fase ha anche sottolineato e accentuato le disuguaglianze già esistenti nella società, tra chi ad esempio ha potuto praticare l’isolamento e chi ha dovuto continuare a lavorare, anche con mezzi pubblici ridotti e con un alto rischio personale; tra chi ha una casa salubre e chi no; tra chi dispone dei mezzi tecnologici necessari per far continuare i propri figli a studiare e chi no. Eppure la pandemia è stato soprattutto un evento collettivo, condiviso da tutti e che ha segnato tutti. Nessuno è rimasto inattaccato, nessuno al sicuro. 

Sono cambiate, in questa pandemia, molte delle nostre funzioni essenziali: il modo in cui si impara, in cui ci si approvvigiona degli alimenti, come ci si muove nelle città, come ci si rapporta agli altri e molte altre. Sono stati ridefiniti i parametri della vita pubblica, delle relazioni private e lavorative, andando a impattare su tutta la vita delle persone. In questo senso possiamo certamente parlare di un evento epocale, la cui portata è difficile ora da quantificare. 

La socialità dell’uomo si era fin qui nutrita di scambi dal vivo, ma la pandemia lo ha limitato per un lungo periodo, togliendo l’apporto di protezione, sicurezza, ma anche di formazione informale e reciproca che le persone avevano. Spostando le interazioni sul digitale, la qualità delle interazioni si è modificata e questo, oltre a segnare il solco tra chi può accedere a queste tecnologie e chi non può, influisce sul modo in cui ci si relaziona, sull’interpretazione del paraverbale, che viene anche dalla imperfetta sincronia della trasmissione, oltre ai limiti, le linee disturbate, i dialoghi interrotti. 

Il mondo piccolo al quale avevamo iniziato ad abituarci grazie ai viaggi aerei frequenti e a basso costo, è tornato immenso, oggi che non ci si può neppure spostare da una regione all’altra d’Italia senza una buona ragione. È anche una crisi di mobilità questa e si misura dal fatto che le aree più colpite sono proprio le grandi metropoli o aree urbane, con tanti scambi. La nostra società interconnessa e globalizzata mostra tutta la sua vulnerabilità: la delocalizzazione della produzione ha reso difficile l’accesso a beni essenziali, come medicinali e materiale sanitario, in caso di crisi, come si è visto a fine febbraio con l’impossibilità anche per gli ospedali di approvvigionarsi di mascherine e indumenti protettivi. 

La distanza e l’interdipendenza 

L’esperienza della malattia del Covid-19 è, per alcuni aspetti, diversa da quella di altre patologie acute, perché la sua altissima contagiosità obbliga all’isolamento dei malati, non permette la vicinanza dei familiari né durante il ricovero, né al momento della morte: niente funerali, né veglie e questo rappresenta l’aspetto umanamente più drammatico legato a questa pandemia. 

Una delle questioni centrali riguarda la cosiddetta distanza sociale, cioè lo spazio fisico che deve intercorrere tra le singole persone per evitare la reciproca contaminazione. Questo distanziamento sta mutando le modalità relazionali e, in un certo senso, cozza con il richiamo politicamente e mediaticamente preponderante che “uniti ce la faremo”. Ma bisogna di- stinguere: in questo contesto la distanza sociale è rispettosa, ben altra cosa rispetto all’isolamento, che porta con sé una connotazione depressiva, per questo resta valida – anche in contesto di distanziamento – la chiamata a stare uniti, a fare gruppo, ad aiutare chi non ce la fa. 

Per la cultura mediterranea toccare era particolarmente centrale, la stretta di mano, l’abbraccio erano fondamentali, ma verosimilmente l’idea che un minimo di distanza è rispettoso e salubre resterà e questo rappresenta una rivoluzione profonda del nostro modo di comunicare. 

In qualche maniera stiamo comprendendo quello che in paesi dell’estremo oriente come Cina e Giappone sapevano già: che la distanza fisica e l’uso della mascherina, quando non si sta bene, sono espressioni di cura reciproca e non di distacco. In Asia infatti, ben prima della pandemia, si usava la mascherina non per difendersi dal contagio (per il quale è scarsamente efficace), ma per non essere contagiosi quando si sa di non stare del tutto bene. Si è sempre trattato di un atteggiamento in qualche modo definibile come “altruista”, e non “egoista” come rischia di diventare – sull’onda della paura attuale – in Italia. In ogni caso le mascherine certamente resteranno anche quando – se – la pandemia finirà, diventerà un accessorio imprescindibile e non è un caso se il mercato dell’abbigliamento sta già iniziando a proporre mascherine lavabili da abbinare agli indumenti, mentre il mercato del lusso ha iniziato a produrne a prezzi altissimi. 

Le questioni che il distanziamento pone sono molteplici e non hanno a che fare soltanto con il modo in cui ci si rapporta agli altri, ma anche alla città e in generale agli spazi pubblici. L’attuale sistema dei trasporti pubblici, nei quali è praticamente impossibile rispettare la distanza di sicurezza, ad esempio, entrerà in crisi e non è detto che si troveranno soluzioni in grado di sostituire le attuali. Le possibili strade che chi si occupa di sociologia urbana vede all’orizzonte sono due: o il ritorno all’uso dell’auto (in Italia e altri paesi mediterranei) oppure l’opzione di “un ritorno alla prossimità. Gli spostamenti avverranno su distanze più brevi. E poi, considerando la prevedibile contrazione dell’economia, è indubbio che nei prossimi anni saremo meno mobili”3 e questo in particolare per i paesi del nord Europa che hanno già perso da tempo l’attrazione verso le auto. 

Tappe del ritorno alla normalità 

Con l’inizio della pandemia sono andate perdute le pseudocertezze che reggevano il nostro sistema sociale e che rappresentavano il quadro – per quanto imperfetto – nel quale eravamo in grado di muoverci con una certa agilità. Con l’inizio della fase 2 della reazione alla pandemia, però, ci si è resi conto che in qualche modo il lockdown in quanto “stato di sospensione”4 oltre a segnare in profondità i singoli (e in maniera differente a seconda delle condizioni socio-economiche e relazionali di ognuno), aveva anche offerto paletti certi che, con l’andare delle settimane, sono diventati faticosi, ma anche rassicuranti. La data della prima riapertura ha invece spalancato le porte a reazioni molto diversificate e in alcuni casi anche polarizzate. Si è assistito da un lato a chi è corso immediatamente ad approfittare delle nuove possibilità e dall’altro chi è rimasto chiuso in casa, incapace di recuperare anche il poco di libertà concessa. 

Sono reazioni legittime, comprensibili, in qualche modo prevedibili, il senso di incertezza5 che penetra tutte le più piccole scelte non è facile da sostenere, soprattutto se si pensa che arriva dopo mesi di informazioni contraddittorie, incoerenti, ma in ogni caso gravissime, con una sospensione delle libertà personali in grado di generare il panico. È quindi normale, in queste condizioni, ricorrere a semplificazioni6: che sia il “liberi tutti” o il “restiamo nelle caverne”. 

Ben più difficile è rendersi conto che oltre ad assumere comportamenti corretti7, che diventeranno meccanici in poco tempo, si dovrà imparare a discernere di volta in volta rischi e benefici connessi alle proprie azioni. Entrare nell’ordine di idee che c’è una quota ineliminabile di rischio di infezione e decidere sulla base di quella. 

Il grosso tema che il Covid-19 ha posto sulla scena è l’interdipendenza che non è solo economica: nessuno è al sicuro se non lo sono tutti, nep- pure il più ricco può pensare di essere irraggiungibile, la malattia arriva dappertutto, senza fare distinzioni. Le distinzioni ci sono poi certamente nell’affrontarla, ma di per sé la malattia è assolutamente democratica e rivela come la sanità pubblica sia un vero bene comune: senza la salute di ciascuno, tutti sono a rischio. E questa esperienza ha prodotto, in poco tempo, anche altri beni comuni, che hanno a che fare con la globalizzazione delle intelligenze, come ad esempio gli scienziati che, al di fuori di qualsiasi piattaforma pubblica o privata, si sono coordinati spontaneamente attraverso l’iniziativa OpenCovid19, per mettere in comune le informazioni sulle buone pratiche di screening dei virus.

Bibliografia

  1. Strong P., Epidemic psychology: a model. Sociology of health and illness, 12 ( 3).
  2. Ibidem p. 251.
  3. Cfr. intervista a Vincent Kaufmann, professore associato di sociologia urbana e analisi della mobilità al Politecnico federale di Losanna (EPF) in “La pandemia rimette in discussione il nostro modello di mobilità” di Andrea Tognina, Swissinfo.ch, 24 aprile 2020.
  4. Giorgio Agamben lo definisce come uno stato: «con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni». Cfr. G. Agamben, Lo stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
  5. Cfr. Z. Bauman, La società dell’incertezza, il Mulino, Bologna 2014.
  6. Cfr. P. Dominici, la comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo e la condivisione della conoscenza nella network society, Aracne editrice, Roma 2015.
  7. Come: lavare continuamente le mani, mantenere il distanziamento sociale, usare la mascherina.

L’Autrice

Paola Lazzarini
Dottore di ricerca in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. È ricercatrice senior dell’associazione culturale InCreaSe. Giornalista pubblicista. Tra le pubblicazioni più recenti: Verso un’economia della sostenibilità. Lo scenario e le sfide (a cura di M. G. Lucia, P. Lazzarini e S. Duglio), FrancoAngeli, Milano, 2018.


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Attenzione: Questo articolo fa parte della raccolta a tema Covid-19 curata dalla SISMED.
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