La prevenzione è possibile: lo studio Prospective Urban Rural Epidemiology (PURE)

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A cura del Prof. Claudio Ferri e della Dott.ssa Rita Del Pinto
Università di L’Aquila, UOC Medicina Interna San Salvatore – L’Aquila

Lo studio PURE è un grande studio osservazionale mirante ad investigare le correlazioni esistenti tra stile di vita e fattori di rischio modificabili ed insorgenza di eventi cardiovascolari fatali e non fatali e morte per tutte le cause. Lo studio è condotto in 21 Paesi (5 continenti) tra loro assai differenti per composizione etnica, cultura e livello socio-economico, localizzati in aree geograficamente caratterizzate per essere sia urbane che non-urbane. Il coordinatore dello studio è il Prof. Yusuf, della McMaster University. 

Lo studio PURE, in passato, ha suscitato spesso polemiche roventi, ad esempio quando il suo database è stato usato per trattare temi come quello correlato al più salubre apporto quotidiano di carni rosse e/o formaggi o, più in generale, di grassi saturi. 

In questo contesto, alla pubblicazione apparsa l’anno scorso sul Lancet non seguirà, quasi sicuramente, alcuna polemica rovente; ma auspicabilmente una profonda rivisitazione di alcuni concetti, tanto fondamentali in prevenzione cardiovascolare quanto, sventuratamente, disattesi non tanto dai clinici, quanto dai decisori politici.

Nel dettaglio, i fattori di rischio presi in considerazione nella pubblicazione apparsa sul Lancet sono stati di tipo comportamentale (fumo di sigaretta, consumo di alcol, tipo di dieta, livello di attività fisica ed introito salino), “tradizionalmente” cardiometabolico  (dislipidemia, ipertensione arteriosa, diabete mellito e/o obesità) e psico-sociale (livello culturale, sintomi depressivi), a cui vanno aggiunti forza nella presa muscolare (misurata mediante dinamometro) ed inquinamento domestico e/o ambientale. La valutazione statistica è stata eseguita considerando prevalenza, hazard ratio (con intervallo di confidenza al 95%) e rischio attribuibile di popolazione (sempre con il medesimo intervallo di confidenza). Le associazioni tra variabili di rischio ed eventi sono state esaminate grazie ai modelli multivariati di Cox ed usando il rischio attribuibile di popolazione per tutta la casistica (155722 individui) e per la stessa suddivisa per reddito [17249 (11.1%) alto introito economico, 102680 (65.9%) introito intermedio e 35793 (23.0%) introito basso]. 

La popolazione è risultata avere una età media pari a 50.2+9.9 anni, per il 58.3% composta da donne (n. 90811). Il 52.6% dei partecipanti risiedeva in aree urbane. Durante il follow-up (mediana = 9.5 anni) si sono verificate 10234 morti, tra cui 2917 di tipo sicuramente cardiovascolare. Gli eventi cardiovascolari incidenti sono stati 7980 (3559 infarti miocardici e 3577 ictus). 

Il risultato sicuramente di maggiore interesse è stato quello relativo all’impatto dei 14 elementi di rischio considerati nei confronti dell’outcome composito predefinito (morte cardiovascolare, infarto miocardico, ictus cerebri e scompenso cardiaco) e della mortalità totale, cardiovascolare e non cardiovascolare. Il 70% circa delle malattie cardiovascolari e delle morti, infatti, è risultato legato a fattori di rischio prevenibili nella loro insorgenza e/o, comunque, modificabili. Tali fattori erano rappresentati per il 41.2% da dislipidemia, pressione arteriosa elevata, diabete mellito e/o obesità. I fattori di rischio definibili come comportamentali (fumo di sigaretta, consumo di alcol, tipo di dieta, livello di attività fisica ed introito salino), invece, influenzavano fortemente la mortalità (26.3% del rischio attribuibile). Tuttavia, l’elemento più negativo in questo senso era il basso livello educazionale (12.5% del rischio attribuibile) (Figura). Da ciò derivano due considerazioni molto rilevanti: 

  1. A livello mondiale, con differenze non troppo significative in relazione – almeno direttamente – al livello economico, la popolazione continua ad ammalarsi ed a morire per cause note da decenni, a loro volta conseguenti in più dei 2/3 dei casi a fattori di rischio molto conosciuti, tanto prevenibili nella loro insorgenza quanto ben curabili se già presenti;
  2. Alcuni elementi, determinanti “pesanti” sia di malattia che di morte, sono di tipo socioculturale, come il livello educazionale. Ciò chiama sicuramente in causa il clinico, che li deve considerare quando raccoglie l’anamnesi e definisce una cura, ma necessita del contributo essenziale dei decisori amministrativi al fine di risolvere il problema alla fonte. 

In sintesi, 14 elementi di rischio – spesso facilmente prevenibili, o almeno efficacemente curabili se già presenti – continuano (possiamo dire: incredibilmente) a determinare almeno il 70% del carico di malattia o morte in 5 continenti, inclusivi della vecchia Europa e del nostro stivale. 

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