Terapia antiaggregante e acido acetilsalicilico

Solo secondaria oppure anche primaria ?

La storia dell’antiaggregazione entra realmente nell’evo moderno nel XX secolo, quando avviene prima la dimostrazione – che porterà successivamente Vane, Samuelsson e Bergstrom alla conquista del premio Nobel per la medicina – del potere antiaggregante di acido acetilsalicilico (1,2,3) e, quindi, dei primi studi clinici controllati che dimostrarono la possibilità di migliorare gli esiti post-infarto del miocardio e post-ictus cerebri (4,5). 

Per quanto altri aggreganti sia presenti nella pratica clinica quotidiana e nella trialistica, il potere del tempo non si può eludere e, per questo, la grande maggioranza di studi, meta-analisi, editoriali e libri sull’antiaggregazione in prevenzione primaria vertono sull’uso dell’acido acetilsalicilico a basso dosaggio. Questo anche per la presenza di dati epidemiologici – a nostro avviso convincenti – sul potere preventivo di acido acetilsalicilico nei confronti delle neoplasie del colon-retto (6). Per converso, se i primi studi in prevenzione secondaria sono stati condotti con acido acetilsalicilico, molti – meno datati o recenti – sono stati comunque condotti con altri antiaggreganti, con la doppia antiaggregazione o con la combinazione di antiaggreganti ed anticoagulanti. 

Per questi motivi, potremmo dire che in prevenzione primaria la discussione è sostanzialmente diretta a chiarire se l’acido acetilsalicilico si debba usare o meno e, se si, quando e come. In prevenzione secondaria, invece, la discussione non è sull’antiaggregazione o meno, ma su come effettuarla. 

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